Crisi in Italia per la guerra in Iran, crescita a rischio secondo il Mef

Il Mef avverte che una guerra in Medio Oriente di lungo periodo potrebbe compromettere crescita, fiducia e stabilità energetica

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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La guerra in Medio Oriente, con la crisi in Iran e nello Stretto di Hormuz, rischia di avere effetti duraturi sull’economia italiana.

A dirlo è il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che in una nota ha spiegato che se il conflitto dovesse protrarsi, l’impatto negativo sulla crescita potrebbe andare ben oltre il breve periodo.

Mef, effetti negativi su crescita se la guerra si prolunga

In questo momento, l’economia italiana sta già attraversando un rallentamento, fra la sofferenza dei mercati, il prezzo del petrolio alle stelle che ha aumentato i costi in maniera generalizzata e il momentaneo taglio delle accise che ha distratto risorse da altri settori chiave della società.

Ma il punto non è soltanto l’immediato rallentamento: il vero timore, spiegano dal Mef, è che si inneschi una dinamica di lungo periodo capace di colpire contemporaneamente energia, inflazione e fiducia dei mercati.

Il primo segnale riguarda il prezzo del petrolio che è tornato a correre, con il Brent che ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022. Non è solo una soglia psicologica, è la certificazione che produrre e trasportare le merci è diventato più costoso: quando l’energia costa di più, tutta l’economia rallenta. Le imprese vedono aumentare i costi di produzione, le famiglie riducono il potere d’acquisto e l’inflazione torna a premere. È un effetto a catena che rischia di comprimere la crescita proprio mentre l’Italia cercava stabilità.

Il Mef parla apertamente di “significativi elementi di incertezza”, sottolineando come il caro energia possa avere ripercussioni sia nel breve sia nel medio periodo.

Secondo le indiscrezioni riportate da Bloomberg, il Governo guidato da Giorgia Meloni starebbe valutando un taglio delle stime di crescita: l’ipotesi più prudente porta il Pil fino allo 0,5%.

Confindustria si è già portata avanti: il suo Centro Studi ha tagliato le stime di crescita secondo tre scenari: nel peggiore (guerra lunga 10 mesi), il Pil 2026 è visto “in recessione” a – 0,7%; con 4 mesi di guerra “è stimato in stagnazione”, crescita zero; con uno stop alla guerra entro marzo “sarà pari a +0,5%”. Ad autunno la stima era +0,7%.

Molto dipenderà dalla durata del conflitto: più la guerra si prolunga, più aumenta il rischio che lo shock diventi realtà.

C’è poi un elemento meno immediato, ma altrettanto decisivo: la fiducia. Il Mef evidenzia che se imprese e consumatori iniziano a percepire uno scenario instabile, le conseguenze arrivano rapidamente.

Le aziende rinviano gli investimenti, le famiglie riducono le spese. È così che un conflitto internazionale può trasformarsi in un freno alla crescita. Non è solo una questione di numeri, ma di aspettative. E le aspettative, in economia, spesso contano quanto i dati reali.

Conti pubblici sotto osservazione

Nonostante il quadro si faccia più complesso, il messaggio del Governo resta improntato alla prudenza. Il Mef ribadisce l’impegno a mantenere i conti pubblici sotto controllo, senza rinunciare al sostegno alle fasce più fragili.

Gli obiettivi su deficit e debito restano invariati, così come la volontà di mantenere una traiettoria sostenibile. Le nuove valutazioni saranno inserite nel Documento di Finanza Pubblica previsto per aprile, dove verrà aggiornato l’intero quadro macroeconomico.

Emissione di titoli di Stato

Intanto le emissioni di titoli di Stato procedono secondo programma, con una quota già significativa collocata nei primi mesi dell’anno.

Restano però volumi importanti da finanziare nei prossimi mesi, in un contesto in cui i tassi e l’incertezza globale rendono ogni operazione più sensibile.