L’oro non ferma la sua corsa e punta dritto verso i 5.000 dollari l’oncia dopo la breve fare di correzione sperimentata alla fine dello scorso anno, complici i mercati chiusi per festività e la necessità di infiocchettare i bilanci. Da inizio gennaio, complici anche le rinnovate tensioni geopolitiche e gli attacchi alla Federal Reserve, il metallo prezioso è tornato a correre e si sconta un quadro ancora molto favorevole ad un aumento delle quotazioni. Il primo fattore rialzista è la domanda, soprattutto gli acquisti delle banche centrali ed i consistenti flussi sugli ETF, ma anche la la politica monetaria ha un ruolo di primo piano.
L’oro tocca nuovi record storici
Questa mattina, durante gli scambi asiatici, il prezzo spot dell’oro ha toccato un nuovo record storico di 4.640,13 dollari l’oncia, in rialzo dell’1% rispetto alla vigilia, mentre il future sul gold in consegna a febbraio 2026 ha testato un massimi di 4.647,29 dollari, per poi assestarsi a 4.643,86 USD/oncia, mantenendo un rialzo dell’1%. La forza dell’oro ha coinvolto anche l’argento che addirittura sale di oltre il 6% a 91,68 dollari l’oncia, rispetto ad un picco raggiunto di 91,79.
Le minacce di Trump
L’anno è iniziato con l’invasione del Venezuela e l’arresto del dittatore Nicolas Maduro, una questione che avrebbe potuto anche essere ben assorbita dai mercati, come è apparso chiaro all’inizio. Poi, le tensioni geopolitiche sono tornate in primo piano con le violente proteste in Iran, che hanno già provocato 12.000 vittime, e con le incaute affermazioni di Trump sulla proprietà della Groenlandia, che compromette la sua posizione rispetto all’UE e nell’ambito degli alleati Nato.
L’attacco a Powell
A far da corollario a queste tensioni l’attacco “mascherato” al Presidente della Fed Jerome Powell, posto sotto indagine penale da parte del Dipartimento di Giustizia americano per la questione dei fondi spesi per l’ammodernamento della sede della banca centrale a New York. E sebbene Trump si sia detto estraneo alle indagini, tutto fa pensare che i togati a stelle e strisce si siano mossi a seguito di pressioni politiche. Tanto che Powell ha ricevuto il pieno sostegno da parte degli ex colleghi della Fed e dei presidenti delle più importanti banche centrali del mondo, che hanno ribadito l’importanza dell’indipendenza della Fed.
In primo piano c’è la politica dei tassi
Ma il motivo centrale per cui l’oro continua a salire vertiginosamente è che le aspettative circa la politica monetaria non sono mutate, altri taglio dei tassi sono dietro l’angolo in USA, come confermato dai recenti dati dell’inflazione, che è rimasta stabile al 2,7%, e da quelli del mercato del lavoro diffusi la scorsa settimana, che hanno confermato una debole crescita dei posti di lavoro (solo 50mila in più a dicembre). I Fedwatch, cioè le scommesse sui prossimi interventi sui tassi d’interesse, indicano per la riunione del 28 gennaio una probabilità del 97,2% che il costo del denaro sia mantenuto all’attuale livello del 3,50-3,75%, ma ci si attende un taglio di 25 punti entro il primo semestre ed un altro della stessa misura, con una probabilità più bassa, entro la fine dell’anno.