Manovra 2026, il Governo cerca un miliardo dopo il no all’oro della Banca d’Italia

Il governo di Giorgia Meloni cerca un miliardo per chiudere la Legge di Bilancio: nodi su affitti brevi, Isee, banche e coperture

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

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La maggioranza è alla ricerca di risorse certe per chiudere il quadro della Legge di Bilancio 2026. Servono almeno un miliardo di euro per sostenere le modifiche chieste dai vari partiti, che nei giorni scorsi hanno sollecitato interventi su affitti brevi, Isee, dividendi delle partecipate e misure per le forze dell’ordine.

Dopo il vertice a Palazzo Chigi, il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan, ha spiegato che la cifra potrebbe essere anche superiore, segnalando un fabbisogno ancora in definizione.

Tra i primi punti affrontati c’è la correzione sull’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi. La trattativa punta a mantenere l’aliquota al 21% almeno per la prima casa, mentre dal terzo immobile resterebbe valida l’ipotesi del 26%.

Parallelamente prosegue il confronto sulla modifica dell’Isee per escludere la prima casa dal calcolo e sulle misure per garantire nuove risorse alle forze dell’ordine.

Le riserve d’oro e la tassazione sulle famiglie

Tra gli emendamenti inizialmente inseriti c’era anche quello che chiariva che le riserve d’oro della Banca d’Italia

appartengono allo Stato in nome del popolo italiano.

Un riferimento che non modifica la natura delle riserve, già attribuite per legge alla Banca d’Italia, ente di diritto pubblico. Si tratta di circa 2.400 tonnellate d’oro, per un valore a bilancio di 197 miliardi di euro.

Le riserve sono vincolate al funzionamento dell’euro e alla politica monetaria dell’Eurozona, ogni norma che le riguarda quindi dovrebbe essere prima sottoposta alla valutazione della Banca Centrale Europea, che ha precisato di non essere stata consultata.

Nel 2019, Ignazio Visco, all’epoca governatore della Banca d’Italia aveva spiegato che l’oro

non può essere utilizzato come finanziamento monetario delle attività del Ministero dell’Economia.

L’oro è uno di copertura contro eventi avversi. Il suo prezzo tende infatti a salire nei momenti in cui gli operatori finanziari percepiscono un elevato livello di rischio. L’investimento permette di avere una protezione contro scenari considerati molto rischiosi, sebbene poco probabili.

L’ipotesi di introdurre una tassazione volontaria sulla rivalutazione dell’oro detenuto dalle famiglie non offre margini significativi. La misura prevede un’imposta sostitutiva al 12,5% rispetto all’aliquota ordinaria del 26%, ma non consente di stimare un gettito certo da inserire in Bilancio.

Banche e assicurazioni tornano nel mirino

Con l’impossibilità di ricorrere alle riserve oro, l’attenzione si è spostata nuovamente su banche e assicurazioni.

Durante il confronto di maggioranza è stato ipotizzato un aumento dell’Irap al 2,5%, leggermente inferiore rispetto ai tre punti discussi nelle scorse settimane. La misura dovrebbe prevedere una franchigia di circa 90 mila euro per tutelare gli istituti più piccoli, lasciando però invariato l’impatto sui grandi gruppi.

La prospettiva di riaprire la partita con il settore finanziario ha creato tensioni interne alla maggioranza. La premier aveva già dato per chiuso l’accordo iniziale, ma Forza Italia ha chiesto un nuovo tavolo di confronto con il ministro dell’Economia, i vicepremier e i rappresentanti delle banche. Le stime indicano che la revisione potrebbe garantire tra i 200 e i 300 milioni di euro, insufficienti a coprire l’intero fabbisogno.

Gli emendamenti e i primi tagli nelle commissioni

L’esame di ammissibilità degli emendamenti ha ridotto di un quarto le oltre 400 proposte presentate al Senato sulla Legge di Bilancio.

Sono state escluse, per mancanza di copertura o estraneità di materia, la proroga di Opzione Donna, la norma sulla responsabilità civile dei medici, lo sblocco dei tetti agli stipendi dei manager pubblici e la richiesta di restituzione del fiscal drag avanzata dalle opposizioni.

Restano invece in esame 4 dei 5 emendamenti che ampliano le possibilità del condono edilizio, compreso quello che elimina il principio della doppia conformità, permettendo sanatorie anche per opere non conformi alla normativa vigente al momento della realizzazione.

La Ragioneria dovrà ora verificare i costi e le coperture delle proposte ancora in esame. Solo dopo questo passaggio il governo potrà esprimere un parere definitivo sugli emendamenti.