Microplastiche nell’acqua, meglio bere dal rubinetto o dalla bottiglia?

La ricerca della Ohio State University chiarisce se sia meglio bere dal rubinetto o dalla plastica per ridurre l'ingestione di micro e nanoplastiche

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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Bere acqua dalle bottiglie di plastica comporta un rischio di ingestione di microplastiche. Nel corso degli anni sono emersi diversi studi scientifici che provano questo dato, ovvero come le bottiglie di plastica abbiano un effetto sul corpo umano. In particolare, nel 2025 è stato pubblicato uno studio che ha analizzato 140 studi scientifici che valutavano gli effetti delle bottiglie di plastica sulla salute. Un lavoro che serviva a far emergere in un quadro completo le particelle di microplastiche davvero assunte in un anno attraverso cibo e acqua. Secondo quanto emerso, chi beve acqua in bottiglia ogni giorno ne introduce nell’organismo quasi 90.000 in più.

L’acqua in bottiglia è preferita da moltissime persone, perché considerata più controllata e più pura e l’Italia è il primo consumatore europeo di acque in bottiglia. Il dilemma dell’acqua in bottiglia o dal rubinetto non è certo nuovo, ma una recente ricerca pubblicata su Science cerca di rispondere alla domanda su quale acqua, tra imbottigliata e dal rubinetto, contenga meno microplastiche.

Micro e nanoplastica nell’acqua

Un nuovo studio condotto dalla Ohio State University ha confrontato i livelli di microplastiche e nanoplastiche nell’acqua potabile confezionata in bottiglie e quella del rubinetto. I risultati sono piuttosto chiari: l’acqua in bottiglia contiene molte più particelle di plastica.

A fare la differenza dello studio sembrerebbe essere proprio la presa in considerazione non solo delle microplastiche, ma anche dei frammenti ancora più piccoli, ovvero le nanoplastiche. Grazie al nuovo metodo è stato possibile scoprire frammenti ancora più piccoli.

I ricercatori hanno analizzato campioni provenienti da quattro diversi impianti di trattamento dell’acqua potabile e di sei diverse marche di acque in bottiglia. Il risultato racconta un’acqua in bottiglia con concentrazioni di micro e nanoplastiche molto più elevate rispetto all’acqua potabile del rubinetto.

Il valore è di circa tre volte più particelle di nanoplastica all’interno delle bottiglie rispetto all’acqua del rubinetto.

Microplastiche nell’acqua in bottiglia

Lo studio si concentra anche sulle tipologie di particelle presenti nell’acqua in bottiglia. Si trovano per esempio:

  • poliammide (PA);
  • polietilene tereftalato (PET);
  • polietilene (PE).

Sono le stesse sostanze presenti nei materiali che servono per produrre bottiglie e tappi. Dallo studio emerge quindi che questi polimeri si staccano nel tempo dall’imballaggio stesso, soprattutto quando la bottiglia è esposta a luce, calore, movimenti o deformazioni. Può avvenire durante le fasi di imbottigliamento, ma anche trasporto e conservazione.

Microplastiche nell’acqua del rubinetto

Dall’altra parte l’acqua del rubinetto analizzata contiene altre sostanze. In termini più tecnici “presenta un profilo differente”. Significa che oltre alle poliammidi, sono presenti anche gomme, elastomeri e altri polimeri sintetici. Questi provengono però da fonti naturali a loro volta già contaminate come ghiacciai, fiumi e laghi.

I ricercatori, guidati da Megan Jamison Hart, dichiarano che il modo migliore per dissetarsi è bere direttamente dal rubinetto ed evitare l’acqua in bottiglia. È vero anche, come dice lo stesso studio, che la contaminazione da plastica nell’acqua potabile del rubinetto potrebbe essere stata sottostimata.

Perché le micro e nanoplastiche sono pericolose per la salute dell’uomo?

A preoccupare sono le particelle più piccole delle microplastiche, ovvero le nanoplastiche, che sono meno di 1 micrometro, circa 100 volte più sottili di un capello umano e quindi possono attraversare le barriere biologiche, entrare nel flusso sanguigno e raggiungere organi e tessuti.

Nello studio, oltre il 50% delle particelle rilevate sono proprio nanoplastiche. Sempre dallo studio leggiamo:

Anche se non comprendiamo appieno i rischi per la salute umana associati all’esposizione alle nanoplastiche, è comunque meglio cercare di mitigare quel rischio. Le evidenze indicano che causano problemi, anche se non siamo ancora pienamente consapevoli di quali siano.

Sappiamo però che sono in grado di presentarsi come infiammazione, stress ossidativo, alterazioni ormonali e potenziali danni al sistema immunitario, riproduttivo e neurologico. Non esistono però criteri ufficiali di sicurezza per l’esposizione alle nanoplastiche e si può dire che la ricerca è in continua evoluzione.