Cassa Depositi e Prestiti, eliminate le quote di genere nel nuovo board: ci saranno più uomini

Via le quote genere nel nuovo board di Cassa Depositi Prestiti che sarà a prevalenza maschile: il piano dei partiti di governo per risolvere i veti incrociati sulle nomine

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Riccardo Castrichini

Giornalista

Nato a Latina nel 1991, è laureato in Economia e Marketing e ha un Master in Radio, Tv e Web Content. Ha collaborato con molte redazioni e radio.

Non verranno rispettate le quote di genere nel nuovo board di Cassa Depositi e Prestiti, l’istituzione finanziaria dello Stato italiano controllata per l’83 per cento dal ministero del Tesoro e partecipata per la restante parte dalle fondazioni bancarie che ne esprimono il presidente. Veti incrociati tra i partiti, infatti, starebbero delineando un nuovo Consiglio con netta maggioranza di uomini, con le forze in campo pronte a modificare le attuali regole sulle quote di genere nelle partecipate pubbliche.

Il board di Cassa Depositi e Prestiti senza quote di genere

Stando a quanto riferito da Repubblica, il rinnovo del board di Cassa Depositi e Prestiti starebbe generando grandi scontri e veti incrociati tra le forze politiche di governo, tanto che le stesse sarebbero interessate a rivedere i tetti previsti sulle quote di genere nelle partecipate pubbliche. A mancare, più nel dettaglio, sarebbero le donne da inserire nel Consiglio di Cdp. Le modifiche statutarie descritte dovrebbero essere votate nella prossima assemblea del 15 luglio.

Le quote di genere nelle partecipate pubbliche

Così come previsto dall’art. 15.1 del codice delle pari opportunità, nei Cda delle partecipate pubbliche devono essere garantiti, per il genere meno rappresentato, “almeno due quinti con arrotondamento all’unità superiore”. Le modifiche potrebbero interessare proprio questa normativa cui Cdp, che non è quotata, aveva deciso in passato comunque di sottostare pur non avendone l’obbligo. Il motivo era legato al fatto che custodisce al suo interno delle rilevanti quote di partecipanti del Tesoro come Eni, Fincantieri, Saipem, Poste, Tim, Open Fiber, Autostrade, ovvero tutte realtà quotate e che, dunque, devono rispettare i requisiti sulle quote di genere.

I dubbi dei partiti sul board di Cassa Depositi e Prestiti

Il problema della parità di genere nel nuovo board di Cassa Depositi e Prestiti non riguarda i ruoli del nuovo amministratore delegato e del presidente, cui sarebbero già destinati rispettivamente i rinnovati Dario Scannapieco e Giovanni Gorno Tempini, quanto i nomi dei restanti consiglieri. Due sono stati già confermati dalle fondazioni e dagli azionisti di minoranza, ovvero Luigi Guiso e Lucia Calvosa (al momento l’unica donna presente nel nuovo board), mentre per gli altri i partiti di governo faticano a trovare l’intesa.

Lo statuto attuale prevede che le donne nel Cda siano quattro (come nel board uscente), ma sia Lega che Fratelli d’Italia avrebbero avanzato solo nomi di candidati uomini. L’obiettivo, vista la situazione venutasi a creare, sarebbe dunque quello di fare scendere la presenza di donne al numero massimo di tre, una in meno rispetto a oggi.

Le critiche al governo su Cdp

Contraria a quanto sta avvenendo nella formazione del nuovo board di Cassa Depositi e Prestiti si è detta Lella Golfo, presidente della fondazione Marisa Bellisario e prima firmataria della Legge 120/2011 sulla parità di accesso agli organi delle società quotate.

“Modificare lo statuto per abbassare la soglia di presenza femminile – ha detto – rappresenterebbe un passo indietro inaccettabile, compiuto da una società controllata che è soggetta alla proroga della mia legge che ha introdotto le quote di genere nei CdA delle società quotate e controllate. Che il rinnovo di un Cda cruciale per l’economia italiana sia rimandato da mesi perché non si trova l’accordo sulle candidature femminili è una circostanza a dir poco imbarazzante che lede l’immagine del Paese tutto. E ora – ha aggiunto –   la notizia di una marcia indietro eclatante sul fronte delle quote di genere: invece di dare il buon esempio, una delle più importanti società controllate italiane si propone di aggirare una norma approvata all’unanimità dal Parlamento ben 12 anni fa”.