L’interesse statunitense verso la Groenlandia sta facendo riscoprire la ricca e particolare isola a tutto il mondo. Prima di Trump, a interessarsi della terra ghiacciata sono stati gli scienziati, che la usano da decenni come base per diverse ricerche scientifiche che riguardano il futuro dell’intero pianeta. La calotta glaciale groenlandese, infatti, è la più estesa dell’emisfero settentrionale e ha uno spessore medio di 3 km. Purtroppo in Groenlandia è in corso una fusione dei ghiacciai piuttosto rapida e le mire espansionistiche del presidente americano, che non brilla per interesse per il futuro del pianeta, potrebbero solo accelerare tale fenomeno.
Secondo gli esperti, scienziati e addetti ai lavori sul clima, in Groenlandia deve mantenersi una condizione di pace che permetta alla scienza di portare avanti i propri progetti. Commenta la geologa marina Renata Giulia Lucchi dell’Ogs:
Deve restare un laboratorio a cielo aperto per la comunità scientifica globale.
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Il ghiaccio in Groenlandia non è in buona salute
Il 2025 è stato il terzo anno più caldo di sempre, non superando il 2024 e il 2023 per pochissimo, il che li rende tre anni consecutivi con temperature estreme. Questi dati, come quelli prodotti da Copernicus, possono apparirci ormai noti e scontati, ma ci raccontano anche molto altro.
Mettendo da parte il problema delle estati calde o degli eventi climatici estremi come quello che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna, non dobbiamo dimenticare il dato sulla fusione dei ghiacciai. Le conseguenze di questo fenomeno sono gravi, come l’innalzamento del livello del mare di 7 metri, che metterebbe a rischio 6 milioni di persone che abitano sulle coste di tutto il mondo. Ma ce ne sono altri problemi che rischiano di essere ignorati al suono della canzone più triste del mondo, lo slogan di Donald Trump: “Drill, baby, drill!”. Ovvero: “Trivellate, gente, trivellate”, come se non ci fossero conseguenze, come se avessimo un pianeta di riserva.
Comunque Taco (“Trump always chickens out”) non è l’unico responsabile, certo, ma le sue mire verso la Groenlandia devono preoccupare non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche ambientale. A Trump, infatti, non sembra importare che in quarant’anni l’isola abbia perso il 35% del volume di ghiaccio (pari a un trilione di tonnellate) e che, dei restanti 8 ghiacciai maggiori, 7 mostrino segni di scivolamento verso il mare (e il contatto con l’acqua, sempre più calda, accelera la fusione già sei volte più veloce nell’ultima decade). Si stima che ogni ora si disperdano in mare circa 30 milioni di tonnellate di ghiaccio.
L’importanza della ricerca sul clima
Se in Groenlandia abitano appena 57.000 persone è perché l’80% del territorio è coperto dalla calotta di ghiaccio. Questo territorio è diventato di interesse per i ricercatori che, perforando gli strati di ghiaccio in profondità, studiano l’evoluzione del clima. Sull’isola i ricercatori di tutto il mondo collaborano ormai da decenni per studiare il cambiamento climatico.
Un’acquisizione americana metterebbe a rischio la ricerca su più fronti:
- l’amministrazione Trump ha tagliato fondi alla ricerca in quasi ogni settore, in particolare alla ricerca sul clima;
- un controllo americano potrebbe allontanare i ricercatori europei.
La fusione accelerata dei ghiacciai è il sogno di Trump
Dieci anni fa Antonello Pasini e Grammenos Mastrojeni stavano scrivendo il libro “Effetto serra, effetto guerra”. In questo preconizzavano (non era un’ipotesi, ma una certezza) che i cambiamenti climatici avrebbero portato a nuovi scontri tra le nazioni. Scrivevano che la fusione del Polo Nord avrebbe portato gli Stati a competere per le nuove rotte di navigazione (che permettono di superare i due imbuti sempre più intasati di Suez e Bab el-Mandeb) e per l’accesso ai nuovi giacimenti di gas e di petrolio.
In dieci anni, dal punto di vista climatico, la fusione dei ghiacciai è accelerata; mentre dal punto di vista geopolitico, scrive Pasini su Il Fatto Quotidiano, è venuta a mancare la razionalità di cui scrivevano nel libro; e quello che poteva essere una divisione degli interessi in Groenlandia sta diventando una guerra al più forte. In un passaggio dell’articolo scrive:
Chi vuol far prevalere la legge del più forte chiaramente non ha consapevolezza (o non vuole vedere) l’interconnessione e la fragilità del mondo attuale, dove alla lunga non vince il più forte, bensì chi riesce ad armonizzare la propria dinamica e le proprie azioni con la dinamica della natura e degli altri umani sulla Terra.
A interessare Trump, oltre alla questione di controllo del territorio, c’è anche il valore dell’isola. Sul 20% del territorio groenlandese, grande all’incirca quanto la Germania, ci sono vaste risorse minerarie, in particolare quelle considerate fondamentali per la transizione ecologica, come i minerali rari utilizzati nelle turbine eoliche, nelle batterie delle auto elettriche e in altre tecnologie rinnovabili. Non meno interessanti i depositi di carbonio o i giacimenti di petrolio, anche se non rappresentano il principale interesse.
Un accordo per calmare gli Usa
Per ora Trump sembra aver fatto un passo indietro sulle minacce militari e si è seduto al tavolo con Mark Rutte. Non conosciamo i dettagli, ma l’accordo potrebbe concedere agli Stati Uniti la sovranità su alcune basi militari. Al momento c’è una sola base militare in Groenlandia, in passato invece ce n’erano 17. Queste potrebbero rappresentare suolo americano su territorio straniero, un po’ come accade in altre parti del mondo.
Secondo altri media, invece, gli Stati Uniti potrebbero ottenere altri privilegi, come il diritto di veto su investimenti nelle risorse minerarie dell’isola, per evitare che paesi concorrenti come Russia e Cina ne traggano vantaggio, come nel caso delle terre rare.