Furto sul lavoro senza prove, scatta il licenziamento: la sentenza della Cassazione

Espulsione per aver rubato in azienda: quando bastano gli indizi (e perché il lavoratore deve difendersi con prove concrete). Il caso

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

Nel rapporto di lavoro subordinato, la fiducia tra datore e dipendente è un elemento essenziale. Quando questo equilibrio si rompe, anche per fatti apparentemente “minori” o di lieve importanza, le conseguenze possono essere serissime.

Lo ha spiegato nuovamente la Corte di Cassazione con la sentenza 7712/2026, che affronta un caso di licenziamento disciplinare per sottrazione di un bene aziendale e chiarisce aspetti fondamentali come l’onere della prova e il valore delle presunzioni. Vediamo da vicino la vicenda e cerchiamo di capire i rischi in gioco e chi deve provare che cosa.

Un farmaco sparito, il licenziamento per giusta causa e la disputa giudiziaria

A seguito di regolare contestazione disciplinare, un lavoratore impiegato in un magazzino farmaceutico era stato espulso dopo aver prelevato una confezione di farmaco (del valore di circa 50 euro) dall’area dei prodotti sensibili. In particolare, secondo la contestazione il dipendente aveva:

Per difendersi dalle accuse mosse dall’azienda contro di lui, l’uomo aveva fornito una versione alternativa dei fatti sintetizzabile come segue:

In primo grado il giudice del lavoro aveva dato ragione al dipendente, ordinando la reintegrazione e il pagamento dell’indennità risarcitoria. Ma la disputa giudiziaria è proseguita e la corte d’appello ha ribaltato la decisione, ritenendo credibile la tesi del datore di lavoro. La parola finale è spettata alla Cassazione.

Il punto centrale, come si prova un furto sul lavoro

La più significativa questione affrontata dalla Suprema Corte riguarda il riparto dell’onere della prova. Chi deve provare che cosa? Vero è che le norme sui licenziamenti individuali (legge 604/1966) indicano che l’azienda deve dimostrare il fatto contestato. E più in generale l’art. 2697 del Codice Civile stabilisce che chi vuol far valere un diritto in giudizio, deve dimostrare i fatti che lo fondano.

Ma il punto interessante è che questa prova può essere fornita anche senza evidenze dirette, attraverso quelle che — in gergo — sono chiamate presunzioni semplici. In breve, si tratta di ragionamenti logici che, partendo da fatti noti, consentono di risalire a un fatto ignoto e di dimostrarne l’esistenza.

Nel caso in oggetto, i giudici hanno considerato elementi come:

Se presi singolarmente questi elementi non provano il furto. Ma, nel loro insieme, sono presunzioni che formano un quadro grave, preciso e concordante e — soprattutto — sufficiente a ritenere dimostrata l’appropriazione indebita.

Quando l’onere della prova si sposta sul lavoratore

Una volta che il datore ha fornito un quadro indiziario solido, accade qualcosa di decisivo: l’onere della prova si sposta sul dipendente. Non basta più contestare l’accusa ma è il lavoratore che deve dimostrare una valida giustificazione delle proprie azioni.

Come scrive la Cassazione nella sentenza 7712/2026, il dipendente è tenuto a dimostrare una vera e propria alternativa lecita. Non è sufficiente una spiegazione plausibile, ma occorrono elementi tangibili e verificabili.

Nella vicenda esaminata il lavoratore ha sostenuto di aver lasciato il farmaco su una scrivania per distrazione, tuttavia nessun testimone ha confermato questa versione. Inoltre, la ricostruzione è apparsa poco credibile anche perché il prezzo del prodotto poteva essere verificato direttamente tramite i pc aziendali, senza bisogno di prelevarlo.

La Suprema Corte ha così ritenuto giusto il ragionamento dal giudice d’appello, che aveva posto a carico del lavoratore il compito di dimostrare l’alternativa lecita, ossia l’abbandono involontario del farmaco.

Come già evidenziato dalla corte territoriale, questa prova contraria non è stata fornita. Di conseguenza, la versione difensiva del dipendente è stata considerata inattendibile e — parallelamente — la ricostruzione dell’azienda ha trovato conferma.

Il ruolo decisivo della telecamera (anche se coperta “per caso”)

Uno degli aspetti più interessanti della decisione riguarda la copertura della telecamera. In proposito la Cassazione chiarisce un principio chiave: quando i sistemi di controllo sono neutralizzati, il furto si considera consumato già al momento del prelievo. Tanto più se il bene sottratto non viene più trovato.

E attenzione perché questo vale anche se la copertura è accidentale e anche se il lavoratore non esce dai locali aziendali. Il motivo è semplice: il dispositivo per le riprese rappresenta uno strumento di controllo. Se viene oscurato, spiega la Corte, il bene esce dalla “sfera di vigilanza” del datore. Di conseguenza, per il licenziamento in tronco:

Il valore del danno anche minimo

Anche un danno minimo può giustificare il licenziamento disciplinare. Un altro punto chiave riguarda infatti il valore del bene sottratto: il farmaco valeva circa 50 euro, una cifra modesta che però non ha salvato il lavoratore dalle conseguenze.

Sul punto la magistratura è chiarissima: non conta il valore economico, ma la lesione del vincolo fiduciario. Un comportamento come questo compromette l’affidabilità del dipendente e rende impossibile la prosecuzione del rapporto. In breve, scatta la giusta causa di licenziamento.

Ricapitolando, la Suprema Corte ha bocciato il ricorso del lavoratore e confermato la correttezza della sua espulsione. Parallelamente, ha ritenuto corretto il ragionamento tecnico-giuridico del giudice d’appello basato sulle presunzioni. Le spese processuali sono state poste a carico del ricorrente.

Che cosa cambia

Al di là del singolo caso concreto, la sentenza 7712/2026 della Cassazione ha pratiche implicazioni generali. Ai datori di lavoro, infatti, non serve sempre una prova “video” del furto del dipendente, perché possono bastare indizi coerenti e ben documentati. È fondamentale costruire una contestazione disciplinare solida.

I dipendenti, invece, non possono limitarsi a dare una versione alternativa credibile. Non è sufficiente dire “è andata diversamente” oppure “non è andata così”, ma è necessario dimostrare dettagliatamente di aver agito senza violare la legge. Non a caso, comportamenti ambigui o contraddittori possono pesare molto sull’esito finale di una causa.

Concludendo, la pronuncia rafforza il principio chiave del diritto del lavoro per cui la fiducia conta più del valore economico del danno. Al contempo, chiarisce un altro aspetto fondamentale: nel licenziamento disciplinare, la verità può emergere anche dagli indizi, non soltanto da prove dirette.

Quando questi indizi sono gravi, precisi e concordanti, il lavoratore deve essere in grado di fornire una spiegazione “tangibile”.  Se non lo fa, il licenziamento per giusta causa è legittimo e confermato.

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