Il prossimo 25 maggio i lavoratori italiani di Electrolux scenderanno in sciopero per protestare contro i 1.700 esuberi annunciati dalla multinazionale svedese negli impianti del nostro Paese. La ristrutturazione aziendale sarà profonda, taglierà il 40% dei posti di lavoro esistenti e chiuderà anche un impianto, quello di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona.
Sia i sindacati sia il Governo hanno definito il piano di Electrolux inaccettabile, ma sono diversi i fattori che hanno contribuito alla decisione dell’azienda. Alcuni dipendono dalla crisi che la multinazionale sta attraversando da anni. Altri, invece, sono più legati ai costi della produzione industriale in Italia, sensibilmente più alti sia rispetto ad altri Paesi europei, sia rispetto a quelli asiatici.
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Lo sciopero dei lavoratori della Electrolux
Lo sciopero dei lavoratori di Electrolux durerà 8 ore. Parteciperanno tutti i sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil, attraverso lo loro sigle di settore Fiom, Fime e Uilm. Sempre il 25 maggio è stato convocato un incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per provare a ridurre l’impatto dei licenziamenti.
Electrolux ha cinque stabilimenti produttivi in Italia:
- Porcia, in provincia di Pordenone, dove si producono lavatrici e lavasciuga;
- Susegana, provincia di Treviso, dove si producono frigoriferi e congelatori;
- Solaro, in provincia di Milano, dove si producono lavastoviglie;
- Forlì, dove si producono forni e piani cottura;
- Cerreto d’Esi, provincia di Ancona, dove si producono cappe per cucina.
Gli impianti che subirebbero tagli sono Quelli di Porcia, Susegana, Forlì e Solaro, mentre quello di Cerreto d’Esi verrebbe completamente chiuso, con 170 persone licenziate.
La crisi di Electrolux
Questi non sono i primi esuberi che Electrolux annuncia in Italia negli ultimi anni. Nel 2023 c’era già stata un’ampia ristrutturazione aziendale a livello mondiale, di 3.000 posti di lavoro, di cui 150 nel nostro Paese. La produzione di elettrodomestici ha però continuato a calare: in 10 anni gli stabilimenti italiani di Electrolux hanno ridotto i volumi di circa il 50%.
Anche l’ultima riorganizzazione non è però limitata all’Italia. La multinazionale svedese ha infatti:
- annunciato la chiusura di uno stabilimento in Ungheria;
- licenziato più di 1.000 persone negli Stati Uniti;
- ceduto alla cinese Midea il 65% dei suoi impianti in Messico.
Si tratta quindi di una crisi che va oltre la produzione italiana, ma che nel nostro Paese trova particolari condizioni di difficoltà.
Le diverse ragioni della crisi di Electrolux in Italia
Anche se il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha indicato la concorrenza cinese come causa principale della crisi di Electrolux, ci sono diverse condizioni che rendono particolarmente precaria la posizione degli impianti italiani. I costi, per le aziende che operano in Italia, sono molto più alti non solo in confronto a quelli offerti dalla Cina, ma anche a quelli dell’est Europa.
In Italia l’energia ha alcuni dei prezzi più alti in tutta l’Unione europea, problema che va ad aggiungersi a un costo del lavoro molto alto, con tasse che appesantiscono le spese delle aziende per gli stipendi, e a un mercato del lavoro che fatica a rispondere alle necessità delle aziende manifatturiere, sia per l’invecchiamento della popolazione, sia per lo scarso coinvolgimento delle donne, sia per le norme rigide sull’immigrazione.