Sciopero cultura del 12 giugno 2026, lavoratori in 15 piazze italiane: chi si ferma e quando

Fp Cgil e Nidil Cgil proclamano il primo sciopero nazionale della cultura: in piazza in oltre 15 città contro precarietà e tagli al settore

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Mirko Ledda

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Scrive sul web dal 2005, come ghost writer e debunker di fake news. Si occupa di pop economy, tecnologia e mondo digitale, alimentazione e salute.

Fp Cgil e Nidil Cgil, con un comunicato congiunto, proclamano per venerdì 12 giugno 2026 il primo sciopero nazionale del settore della cultura. L’astensione, di un’intera giornata di lavoro, riguarda il personale del Ministero della Cultura e del comparto Federculture.

Alla proclamazione si affiancano quelle di altre sigle sindacali (Cub, Usi, Adl Cobas, Cobas Lavoro Privato, Clap e Sial Cobas) e l’adesione delle associazioni del lavoro culturale Mi Riconosci?, Redacta e Acta, che hanno costruito una piattaforma comune nell’arco dell’ultimo anno.

Lavoratori in piazza il 12 giugno 2026

Lo sciopero è accompagnato da presidi in oltre 15 città. I principali:

Chi può scioperare e quali servizi sono garantiti

L’astensione riguarda lavoratrici e lavoratori del settore culturale con qualunque tipologia di rapporto, compresi i somministrati, per i quali ha aderito Nidil Cgil.

Lo sciopero rientra nel perimetro della legge 146/1990 sui servizi pubblici essenziali: saranno garantite le prestazioni indispensabili, che in particolare nei musei e nei siti archeologici si traducono nella tutela del patrimonio e nei servizi di sicurezza.

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Cosa chiedono i sindacati

La piattaforma rivendicativa si muove su quattro richieste.

La prima è il riconoscimento della dignità professionale ed economica del lavoro culturale, con contratti di filiera che restituiscano centralità alla contrattazione collettiva e superino la frammentazione attuale, fatta di inquadramenti diversi a parità di mansione.

La seconda è il superamento strutturale della precarietà: i sindacati chiedono la reinternalizzazione dei servizi esternalizzati nei musei, nelle biblioteche e negli archivi e un piano straordinario di stabilizzazioni nel Ministero della Cultura e nelle istituzioni pubbliche del settore.

Sul tavolo c’è anche il superamento delle false partite Iva, utilizzate, denunciano le sigle di settore, per pagare meno lavoro qualificato.

La terza richiesta è l’istituzione di un reddito di discontinuità per le professioni culturali caratterizzate da intermittenza strutturale, dai mestieri dello spettacolo dal vivo a quelli dell’editoria e del patrimonio.

La quarta richiesta riguarda la piena applicazione delle norme su salute e sicurezza anche per chi lavora con contratti atipici o discontinui e misure contro molestie e discriminazioni nei luoghi di lavoro.

Il nodo del finanziamento: cultura e riarmo

Alla piattaforma sindacale si lega una denuncia politica. Per Cgil è inaccettabile che, mentre vengono ridotti i finanziamenti al comparto, cresca la spesa per la difesa.

Lo si legge nel comunicato di Fp Cgil e Nidil Cgil Noi scegliamo la Cultura, il Lavoro, la pace. Giordana Pallone, segretaria nazionale Fp Cgil, e Roberta Turi, segretaria nazionale Nidil Cgil, spiegano:

Il settore della Cultura in Italia è da troppo tempo sottofinanziato, non riconosciuto nella sua specificità professionale, con un ricorso continuo alla precarietà. Un settore che non valorizza lavoratrici e lavoratori, frammentato, invisibile e spesso ricattabile (…). Questa mobilitazione serve a rompere quel silenzio.

Lo stato di previsione del Ministero della Cultura allegato alla Legge di Bilancio 2026 conferma uno scenario di risorse contenute, con un aumento nominale di circa 91 milioni di euro, che i sindacati leggono come insufficiente a coprire fabbisogni di personale e adeguamenti contrattuali.

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