Italia ultima in Europa per numero di laureati, la classifica delle regioni peggiori

Il rapporto Istat 2026: solo un giovane su quattro è laureato e l'Italia resta ultima in Ue, ma il titolo di studio riduce i divari di genere

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

L’Italia continua a essere il fanalino di coda dell’Europa per numero di giovani laureati. A certificarlo è il nuovo report Istat su giovani e mercato del lavoro, pubblicato il 26 maggio 2026. I dati confermato un ritardo che ormai non può più essere definito episodico e differenze tra le varie aree del Paese sempre più marcate, tali da non riuscire più a garantire le stesse opportunità professionali e rendendo il luogo di residenza un fattore determinante per l’accesso al lavoro.

Laureati in Italia e in Europa, numeri a confronto

Secondo il rapporto Istat, i giovani residenti in Italia tra i 20 e i 34 anni sono 9 milioni e 101 mila. Di questi:

Significa che appena un giovane su quattro arriva all’università e completa il percorso, mentre la media dell’Unione europea è superiore di 11,3 punti percentuali. Non a caso, il momento critico è proprio il passaggio tra scuola superiore e università. Molti giovani, dopo il diploma, scelgono semplicemente di fermarsi. Il 60,7% dei diplomati che potrebbe iscriversi all’università non lo fa.

Le motivazioni dietro l’abbandono degli studi superiori

La motivazione principale è sorprendentemente netta: lavorare subito. Oltre sei diplomati su dieci dichiarano di voler entrare immediatamente nel mercato del lavoro. Inoltre, tra i diplomati che scelgono l’università, il 6,2% interrompe il percorso senza completarlo.

In Europa il motivo principale dell’abbandono è la difficoltà degli studi o il mancato interesse per il corso scelto. In Italia, invece, emergono altre ragioni:

La laurea conviene ancora

Nonostante tutto, il report Istat conferma una verità che gli economisti ripetono da anni: laurearsi aiuta a trovare lavoro. Nel 2024 il tasso di occupazione dei giovani tra 20 e 34 anni che hanno terminato il percorso di studi è stato pari a:

Anche la disoccupazione cala con l’aumentare del titolo di studio, registrando il:

Inoltre, tra i laureati che hanno conseguito il titolo da meno di tre anni, il tasso di occupazione è del 74,2%. Nella media europea è dell’84,9%. Dopo tre anni dal conseguimento del titolo, il gap quasi scompare: 87,4% in Italia contro 89,8% in Europa.

Le regioni messe peggio

Il Mezzogiorno presenta i numeri peggiori, poiché rispetto al Centro e al Nord nemmeno la laurea riesce ad annullare il divario territoriale. Il tasso di occupazione dei giovani tra 20 e 34 anni è infatti del:

E il divario resta forte anche tra i laureati occupati, che sono pari al:

Le donne studiano di più, ma lavorano meno

Un altro dato interessante riguarda le donne, che sono mediamente più istruite, ma restano penalizzate nel mercato del lavoro. Facendo una distinzione di genere, infatti, il tasso di occupazione è pari al:

La laurea però riduce fortemente il divario: tra i laureati la differenza occupazionale tra uomini e donne è di appena 4,1 punti. L’istruzione superiore, quindi, aiuta anche a ridurre le disuguaglianze di genere.

Il paradosso della sovraistruzione

Ma c’è un altro fenomeno che rende il quadro ancora più complesso, ovvero quello della sovraistruzione. Molti giovani italiani ritengono di essere cioè troppo qualificati per il lavoro che svolgono.

Secondo il report Istat, a dichiararlo sono:

In particolare, un laureato su quattro pensa che per il proprio impiego non sarebbe servita una laurea, ma il problema si concentra soprattutto nei lavori precari (contratti di collaborazione, lavori occasionali e a tempo determinato o di part-time involontario) e in alcuni settori specifici, come agricoltura, commercio, turismo e ristorazione. La sensazione che in molti hanno in questi casi è di aver investito anni nello studio per poi finire in lavori che non valorizzano le competenze.

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