Prezzo del vino in calo, perché costa meno rispetto a birra e liquori?

Il comparto del vino entra in deflazione. Secondo i dati Istat, il calo deriva da scorte elevate, crisi dell'export e nuove abitudini

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

A gennaio 2026 i prezzi al consumo del vino risultavano in calo dell’1,9% rispetto allo stesso mese del 2025.  A confermarlo i dati Istat, che evidenziano come il comparto vinicolo sia entrato in una fase deflattiva strutturale.

Prezzi di vino, birra e liquori a confronto

La flessione registrata non è un episodio isolato, ma il consolidamento di una tendenza già in atto da mesi. Il vino italiano è in crisi ed è oggi il segmento più debole all’interno del comparto delle bevande alcoliche, con una dinamica che diverge in modo netto rispetto agli altri prodotti.

Mentre il vino scende, infatti, gli spiriti e i liquori registrano un +0,5% su base annua e la birra mostra una stabilizzazione dopo mesi di calo.

Questo scarto segnala un cambiamento strutturale nella domanda e nell’equilibrio dell’offerta. Al netto della spinta inflattiva generale, che a gennaio si attesta intorno all’1% (quindi su livelli contenuti), a influenzare l’andamento del mercato sono infatti più le dinamiche interne alla filiera vinicola.

Aumenta l’offerta e calano i prezzi

Prima di tutto, alla base del calo dei prezzi del vino c’è sicuramente l’eccesso di offerta. Negli ultimi anni, molte aree produttive, soprattutto in Europa, hanno mantenuto livelli elevati di produzione, anche grazie a innovazioni agronomiche e a una maggiore resilienza delle vigne.

Questo ha generato scorte elevate nelle cantine, una maggiore competizione tra produttori e la necessità di smaltire il prodotto sul mercato.

Il prezzo, quindi, è diventato la leva principale per restare competitivi. Il risultato è una compressione dei margini lungo tutta la filiera. A differenza del vino, la produzione di birra e liquori è invece più facilmente modulabile. Le aziende possono adattare i volumi con maggiore rapidità, evitando squilibri prolungati tra domanda e offerta.

Come sono cambiati i consumi

Un altro elemento che ha influenzato gli equilibri tra domanda e offerta riguarda l’evoluzione dei consumi. Le nuove generazioni stanno modificando il loro rapporto con l’alcol, privilegiando consumo occasionale rispetto a quello quotidiano e prodotti a minor gradazione e alternativi (come cocktail, ready-to-drink e birre artigianali).

Il vino, storicamente legato a un consumo più tradizionale e domestico, sta perdendo terreno in alcune fasce di popolazione. Questo calo della domanda interna si traduce inevitabilmente in una pressione al ribasso sui prezzi. Al contrario, liquori e spirits beneficiano del boom della mixology e dell’esperienza social del bere fuori casa, che consente margini più elevati e una maggiore tenuta dei prezzi.

Anche sul fronte del commercio internazionale, l’export non riesce più ad assorbire completamente l’offerta di vino a causa rallentamento della domanda globale e delle tensioni geopolitiche e commerciali.

Persino i mercati di riferimento come Stati Uniti e Cina hanno registrato segnali di contrazione o forte incertezza. Questo ha ridotto la capacità del settore vinicolo di mantenere prezzi elevati, soprattutto per i prodotti non premium.

Un problema di percezione del valore

Infine, il vino soffre anche di un problema di percezione. Nonostante l’Italia sia uno dei principali produttori mondiali, il consumatore medio fatica a distinguere tra le diverse fasce qualitative.

Questo porta a una maggiore sensibilità al prezzo e una minore disponibilità a pagare per il valore aggiunto, creando difficoltà nel posizionamento dei prodotti di fascia media.

Al contrario i liquori sono spesso associati a brand forti e riconoscibili, mentre la birra ha costruito negli ultimi anni una narrazione legata alla qualità artigianale e all’innovazione.

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