Il Consiglio dei ministri potrebbe approvare il “salario giusto”. Per il 1° maggio è infatti in arrivo il decreto lavoro che punta a questa misura. Nella bozza, tra le diverse indicazioni come le novità per i rider e la proroga delle assunzioni per giovani under 35 e donne nell’area Zes, c’è anche l’individuazione del salario giusto.
Il riferimento è al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Non è il salario minimo, quindi. Qual è la differenza tra i due approcci?
Indice
Che cos’è il salario giusto
Non è sul salario minimo che il governo Meloni potrebbe puntare, ma sul “salario giusto”. Si tratta di una definizione meno comune e che presenta differenze sostanziali rispetto al primo approccio. Nel decreto Primo Maggio si potrebbe introdurre il salario giusto, ovvero un rafforzamento dei contratti collettivi nazionali (Ccnl) più rappresentativi.
Non è un’idea nuova: riprende un concetto già presente nel Jobs Act di Matteo Renzi del 2015. Nella pratica, si tratta di selezionare i contratti nazionali rappresentativi e usarli come riferimento per contrastare tutti gli altri contratti meno solidi o i cosiddetti “contratti pirata”.
Sul criterio di “rappresentatività”, però, non c’è ancora una conferma certa. Resta inoltre il tema dei contratti scaduti e non rinnovati sullo sfondo.
Che cos’è il salario minimo
Dall’altra parte ci sono le opposizioni, che chiedono da tempo un salario minimo legale a 9 euro l’ora. L’Italia è uno dei pochi Paesi Ue nel quale non è stato ancora introdotto (22 su 27 lo hanno già e in molti continua a crescere).
Alcuni esempi:
- in Germania il salario minimo porta gli stipendi a un minimo di 2.161 euro al mese;
- in Francia il salario minimo porta gli stipendi a un minimo di 1.802 euro al mese;
- in Spagna il salario minimo porta gli stipendi a un minimo di 1.381 euro al mese.
Il tema qui è il blocco da parte dei grandi sindacati. Questi temono che il salario minimo resti fisso e possa potenzialmente trasformarsi in una trappola o in un “soffitto”.
Pro e contro del salario giusto e del salario minimo
Per capire bene la differenza tra i due sistemi, si possono elencare i pro e i contro presentati. Il salario giusto è stato presentato come un modo per rafforzare la contrattazione collettiva. Il punto di partenza è totalmente diverso dal salario minimo legale.
Tra i pro del salario giusto ci sono:
- l’esclusione dalle gare d’appalto pubbliche delle aziende che non rispettano un livello di retribuzione e di tutela simile a quelli dei contratti di riferimento;
- l’esclusione da bonus e sgravi fiscali per le aziende che non applicano un contratto adeguato.
Il contro è uno, ma piuttosto impattante:
- i lavoratori che non hanno un Ccnl non sono coperti dal salario giusto.
Per quanto la platea di questi lavoratori sia piccola, è comunque un dato che non può essere trascurato. Per questo, proprio per quel 4,4% sprovvisto di Ccnl, il Governo starebbe pensando a una forma di salario minimo.
Il salario minimo ha diversi pro secondo i suoi sostenitori. Ne ricordiamo alcuni:
- contrasto alla povertà lavorativa;
- inclusione di chi non ha un contratto di riferimento;
- copertura dei lavoratori autonomi.
Tra i contro, come riporta il fronte del “no”, ci sono:
- il rischio di incentivare il lavoro nero;
- il rischio di abbassare stipendi già più alti (livellamento verso il basso);
- la diminuzione del potere della contrattazione collettiva.