Uno dei pilastri delle politiche per le famiglie è l’assegno unico e universale. Nel 25º rapporto INPS viene presentato come uno strumento capace di raggiungere oltre 6 milioni di nuclei familiari e 10 milioni di figli. Soprattutto al Sud.
Supporti economici come questo però non sembrano fare la differenza sulle scelte riproduttive degli italiani. Come si legge nel rapporto, gli incentivi finanziari, soprattutto se di entità limitata, non sono sufficienti a compensare i costi economici e le implicazioni di lungo periodo associate alla genitorialità.
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Assegno Unico: diminuiscono le famiglie
L’Italia è un Paese che invecchia velocemente e deve riuscire a invertire la rotta della natalità, che al momento è drasticamente in calo, per mantenere il sistema, o meglio i servizi offerti, così come sono.
Cambiare l’impianto per assecondare il fenomeno del calo demografico non sembra una prospettiva sul tavolo, quindi si sta ragionando da diversi anni sul sostegno alla natalità attraverso risorse economiche dirette alle future famiglie. Non è un cambiamento culturale quello che si cerca, ma dimostrare alle coppie che, se decidono di impegnarsi in un percorso di genitorialità, lo Stato resterà loro accanto con un supporto economico di lungo periodo.
È proprio per rispondere a questa strategia che è stato pensato e nel tempo incrementato l’Assegno unico e universale. È la principale misura di sostegno alle famiglie con figli a carico e nel 2025 ha distribuito risorse per 19,8 miliardi di euro.
Chi sono i beneficiari?
Ma a chi vanno questi fondi? Sul versante dei beneficiari c’è stato un lieve ridimensionamento della platea, una contrazione sia nel numero dei nuclei familiari raggiunti (6,3 milioni a fronte dei 6,4 milioni del 2024), sia nel numero dei figli destinatari dell’assegno (10 milioni rispetto ai 10,1 milioni dell’anno precedente).
Le differenze geografiche
Una diminuzione lieve, che sui grandi numeri mostra stabilità nel totale dei beneficiari. Mettendo a confronto i dati di chi viene intercettato, si raggiunge quasi il 95% dei potenziali destinatari (precisamente il 94,9%).
Ci sono però delle persistenti differenze territoriali:
le regioni del Nord presentano un livello di take-up moderatamente inferiore rispetto a quelle del Centro (rispettivamente 92,7% e 93,2%) e sensibilmente più basso rispetto alle regioni del Sud, che raggiungono un valore pari al 98,8%.
Genitori lavoratori
Un altro dato interessante è quello riferito alla maggiorazione prevista per le famiglie con minori nelle quali entrambi i genitori lavorano. La maggiorazione in questo caso ha lo scopo di aiutare un miglior bilanciamento tra attività lavorative e responsabilità di cura, promuovendo l’accesso al lavoro di entrambi i genitori.
Sono poco più di 2 milioni, nel mese di dicembre 2025, i nuclei familiari che beneficiano di tali maggiorazioni, con una netta prevalenza di situazioni in cui entrambi i genitori sono lavoratori dipendenti.
Vi accedono:
- il 66% dei genitori, entrambi lavoratori dipendenti;
- il 17% vede un genitore dipendente e l’altro autonomo;
- nel 3% dei casi entrambi i genitori sono autonomi;
- nel 15% dei casi ci sono situazioni eterogenee, con genitori unici;
- oppure coppie nelle quali uno dei due risulta pensionato o percettore di Naspi.
Attenzione: se i 4 milioni di nuclei familiari non hanno percepito la maggiorazione è perché o hanno figli maggiorenni, oppure hanno superato la soglia Isee di accesso pari a 45.939,56 euro.
Gli effetti dell’AUU su fecondità e lavoro femminile
Sappiamo che il calo demografico è un problema non solo italiano: in tutte le economie avanzate, infatti, i tassi di fecondità sono scesi al di sotto dei livelli di sostituzione. Una situazione che ha spinto molti governi a ragionare su come sostenere le famiglie già formate o quelle in divenire.
Il sostegno economico non serve a chi sceglie di non avere figli, ma è uno strumento di accesso a servizi per l’infanzia, spesso a pagamento, come gli asili nido o all’assunzione di supporti alla cura domestica.
Può avere però un effetto indiretto negativo. Infatti, a fronte del sostegno economico, si potrebbe sostenere un sistema di riduzione della partecipazione femminile al mondo del lavoro. Se c’è un assegno che sopperisce alla mancanza di uno stipendio nella coppia, si potrebbe scegliere di lasciare il lavoro o cedere alle pressioni di riduzione delle ore lavorative, favorendo la discriminazione di genere e il perpetuarsi di dinamiche familiari che vedono la donna restare a casa più a lungo e una minore fruizione dei congedi parentali da parte dei padri.
Nell’analisi si legge infatti che:
l’assegno unico universale ha prodotto una riduzione della probabilità di essere occupate per alcuni gruppi di donne.
In particolare per le madri che sono nelle prime fasi della carriera, quindi con un legame più debole al mercato del lavoro. Casi che, sempre secondo i dati, comportano un rientro nel mondo del lavoro difficile e che resta frammentato a lungo. Infatti, osservando i dati si evidenzia come con l’introduzione dell’Assegno unico universale si sia favorito un incremento del lavoro part-time tra le madri a reddito più basso.
Un fenomeno che caratterizza non solo le fasi di lavoro femminile, ma anche il suo accesso alla pensione causando quello che si chiama gender gap. Per questo l’Assegno unico universale non è l’unico sostegno alla fertilità o al lavoro femminile, ci si affiancano, per citarne alcuni, bonus Bebè, bonus Asilo nido e bonus Donna.