Consumi degli italiani in calo: più di due terzi della spesa è per cibo, affitto e bollette

Secondo l'ultimo rapporto Istat, tra bollette, affitto e generi alimentari, gli italiani spendono senza più riuscire a risparmiare

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Parlare di economia significa confrontarsi con un equilibrio fragile. Consumi, occupazione e disuguaglianze non sono temi separati, ma parti di un sistema che ha ripercussioni importanti sulla vita quotidiana delle famiglie.

I numeri più recenti mostrano una realtà che procede a velocità diverse, dove il potere d’acquisto si riduce e le differenze territoriali e sociali restano profonde.

Due terzi della spesa se ne vanno nei bisogni essenziali

Guardando ai consumi, il primo dato che colpisce è la composizione. Secondo l’Istat, in Italia circa il 66% della spesa delle famiglie è destinato a beni essenziali, come alimentari, casa e trasporti. Una quota molto alta, che lascia poco spazio a tutto il resto.

Non è solo una questione di abitudini, ma di margini economici. Quando gran parte del reddito serve a coprire le spese di base, diventa difficile programmare o semplicemente spendere soldi per riposarsi.

Nel tempo questa dinamica si è accentuata. Le spese per l’abitazione, tra affitti, bollette ed energia, sono cresciute fino a superare oltre un terzo della spesa complessiva. Un cambiamento strutturale che ha progressivamente ridotto lo spazio per altri consumi e reso i bilanci familiari più rigidi.

Divario Nord-Sud: redditi più bassi e fragilità diffusa

Se si passa dal piano dei consumi a quello dei redditi, emergono con chiarezza anche i divari territoriali. Nel 2024 il reddito disponibile nel Centro-Nord si assesta intorno ai 25.900 euro pro capite, mentre al Sud si ferma a circa 17.800, oltre il 30% in meno. Uno squilibrio che si riflette sulla capacità di spesa. Le famiglie del Sud consumano meno e concentrano una quota maggiore del proprio budget sui beni essenziali, segnale di una minore resilienza economica.

I dati sulla povertà aiutano a leggere meglio il fenomeno. In Italia l’8,4% delle famiglie vive in povertà assoluta, mentre il 23,1% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale. Una condizione che diventa ancora più critica tra i giovani: il rischio sale al 26,7% tra i minori e arriva al 43,6% nel Sud e nelle Isole.

Occupazione: cresce ma non basta

Il lavoro resta il vero snodo di tutto il sistema. Negli ultimi anni si registrano segnali di miglioramento, ma il quadro resta debole rispetto agli standard europei.

Il tasso di occupazione ha raggiunto circa il 62,7%, uno dei livelli più alti degli ultimi anni, ma ancora insufficiente per sostenere una crescita diffusa. Allo stesso tempo, il tasso di inattività resta elevato, attorno al 33,6%, indicando una parte consistente di popolazione fuori dal mercato del lavoro.

Il problema non è solo quantitativo, ma anche geografico. Nel Mezzogiorno i livelli occupazionali restano significativamente più bassi, contribuendo ad alimentare il divario economico tra le aree del Paese.

Occupazione femminile: il vero punto critico

All’interno del mercato del lavoro, il dato più critico riguarda le donne. Il tasso di occupazione femminile si attesta intorno al 56,5%, contro il 76% degli uomini.

Negli ultimi vent’anni il divario si è ridotto da 24,6 a 17,8 punti percentuali, ma resta ancora tra i più alti in Europa. E, ancora una volta, il territorio fa la differenza: nel Mezzogiorno il gap supera i 24 punti percentuali, con tassi di occupazione femminile che in alcune aree restano sotto il 40%.

Questo non è solo un problema di equità. È un fattore che incide direttamente sul reddito delle famiglie e sulla crescita complessiva del Paese.

L’inflazione colpisce di più chi ha meno

A rendere il quadro ancora più complesso si aggiunge l’inflazione. Negli ultimi anni l’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto energia e beni alimentari, cioè le voci che pesano di più nei bilanci delle famiglie.

Chi ha redditi più bassi per forza di cose destina una quota maggiore della spesa a questi beni. Il risultato è che l’impatto reale dell’inflazione è più forte proprio su chi ha meno margine economico, ampliando ulteriormente le disuguaglianze.

Un sistema economico sempre più diviso

Mettendo insieme questi elementi, emerge un quadro chiaro: l’Italia è un Paese in cui le differenze resistono e tendono a consolidarsi.

Da un lato ci sono famiglie che riescono ancora a mantenere una certa capacità di spesa e risparmio. Dall’altro, una quota crescente di popolazione che destina fino a due terzi del proprio reddito ai bisogni primari, con margini sempre più ridotti.

Il nodo resta sempre lo stesso: lavoro, redditi e opportunità. Senza un rafforzamento strutturale dell’occupazione – soprattutto femminile e nel Mezzogiorno – e senza politiche capaci di sostenere il potere d’acquisto, il rischio è quello di un Paese sempre più diviso, dove la crescita non riesce a diventare davvero inclusiva.

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