Quanti sono i Comuni in dissesto finanziario: la fotografia della Corte dei Conti

La Corte dei conti rileva 484 enti con procedure di crisi attive, il 6,1% dei Comuni, concentrate soprattutto in Sicilia, Calabria e Campania

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Redazione

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Quanti sono i Comuni italiani in dissesto finanziario? L’ultima fotografia disponibile è quella della Sezione delle autonomie della Corte dei conti, che con la Delibera n. 15/SEZAUT/2026/FRG ha approvato la Relazione al Parlamento sui Comuni in situazione di crisi finanziaria, aggiornata al 31 dicembre 2025.

Il quadro delineato dalla magistratura contabile mostra che le situazioni di crisi non sono generalizzate all’interno del sistema comunale italiano, ma presentano una forte concentrazione territoriale e, soprattutto, evidenziano difficoltà nel percorso di risanamento dei bilanci.

Quanti sono i Comuni in crisi finanziaria

Al 31 dicembre 2025 risultavano 485 procedure attive, riferite a 484 enti, pari al 6,1% dei Comuni italiani. Il numero comprende sia le procedure di dissesto sia quelle di riequilibrio finanziario pluriennale. Non si tratta quindi di 484 Comuni tutti formalmente in dissesto.

La relazione della Corte dei conti evidenzia infatti che, dall’introduzione degli strumenti oggi vigenti, sono state attivate complessivamente 1.448 procedure, relative a 1.033 Comuni: 818 dissesti e 630 procedure di riequilibrio.

Il dato permette di distinguere tra le diverse fasi della crisi. Il dissesto rappresenta la situazione più grave, mentre il riequilibrio finanziario pluriennale è uno strumento attraverso il quale l’ente tenta di risanare i propri conti evitando, quando possibile, di arrivare alla dichiarazione di dissesto. Per quanto riguarda invece le procedure ancora in corso, la Corte dei conti censisce 227 dissesti attivi. È questo, dunque, il dato da utilizzare quando si parla nello specifico di Comuni attualmente interessati da una procedura di dissesto, mentre i 484 enti rappresentano l’insieme delle amministrazioni coinvolte nelle procedure di crisi ancora attive.

Nel complesso, le situazioni di crisi conclamata interessano circa 6,5 milioni di abitanti, mentre la massa passiva stimata raggiunge 6,2 miliardi di euro.

Il problema dei riequilibri che sfociano nel dissesto

Uno degli elementi messi in evidenza dalla Corte dei conti riguarda l’effettiva capacità delle procedure di riequilibrio di riportare i bilanci comunali verso una condizione finanziaria stabile.

Secondo la relazione, soltanto il 16,1% dei riequilibri avviati risulta formalmente concluso. Un dato particolarmente significativo riguarda invece la quota di procedure che non sono riuscite a raggiungere l’obiettivo iniziale: il 35,2% dei riequilibri è infatti sfociato nel dissesto. Anche il dato relativo al solo 2025 mostra questa difficoltà. Dei 23 dissesti dichiarati nel corso dell’anno, ben 14 erano stati preceduti da una procedura di riequilibrio che non aveva avuto successo.

Il riequilibrio, quindi, non sempre riesce a funzionare come strumento di prevenzione del dissesto. In una parte significativa dei casi il percorso di risanamento non consente di recuperare l’equilibrio finanziario e l’ente finisce per arrivare comunque alla dichiarazione di dissesto.

Dissesti troppo lunghi: il nodo dei tempi

Un’altra criticità riguarda la durata delle procedure. La Corte dei conti osserva che, dal 2007, soltanto il 17,1% dei dissesti si è concluso entro il quinquennio previsto. Sono invece 99 su 227 i dissesti ancora attivi che hanno superato tale durata.

Il problema, secondo la magistratura contabile, non è soltanto quello dei tempi amministrativi. Il prolungarsi della procedura può infatti incidere sulla capacità dell’ente di tornare a una condizione di equilibrio finanziario stabile e duratura. La durata del risanamento diventa quindi uno degli indicatori attraverso i quali valutare il funzionamento complessivo degli strumenti previsti per affrontare le crisi degli enti locali.

Sicilia, Calabria e Campania concentrano la maggior parte delle crisi

Il fenomeno presenta una marcata caratterizzazione territoriale. Sicilia, Calabria e Campania raccolgono complessivamente il 63,6% delle procedure attivate e addirittura l’80,4% dei dissesti dichiarati negli ultimi cinque anni.

La percentuale dei Comuni che hanno sperimentato almeno una procedura di crisi è particolarmente elevata in alcune di queste regioni. In Calabria la quota raggiunge il 54% dei Comuni, in Sicilia il 41% e in Campania il 39%. La distribuzione geografica è quindi molto distante da una situazione uniforme sull’intero territorio nazionale.

La Corte dei conti sottolinea che, nelle aree maggiormente interessate dalle crisi, non sarebbe sufficiente ricondurre il fenomeno alla gestione del singolo Comune. Entrano infatti in gioco una serie di fattori economici, sociali, organizzativi e istituzionali che riguardano l’intero sistema degli enti territoriali. Anche le risposte adottate dalle Regioni risultano molto diverse tra loro: si va dal sostegno finanziario all’assistenza tecnica, passando per fondi di prevenzione e sistemi autonomi di monitoraggio.

La Corte dei conti chiede una riforma delle regole

Dalla relazione emerge quindi una questione più ampia: quella dell’efficacia dell’attuale sistema di gestione delle crisi finanziarie dei Comuni. La Corte dei conti richiama la necessità di una riforma organica del Titolo VIII del Testo unico degli enti locali (TUEL), con l’obiettivo di superare un modello considerato prevalentemente reattivo e uniforme.

L’idea indicata dalla magistratura contabile è quella di intervenire prima che lo squilibrio finanziario diventi una crisi conclamata, spostando l’attenzione dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione. Tra le proposte indicate nella relazione c’è anche l’integrazione delle banche dati BDAP e SIOPE+ all’interno di un archivio nazionale delle criticità. A questo dovrebbe affiancarsi l’utilizzo di indicatori più trasparenti, differenziati e predittivi, collegati direttamente al ciclo di bilancio.

L’obiettivo è individuare i segnali di difficoltà con maggiore anticipo, evitando che l’intervento pubblico arrivi quando la situazione finanziaria dell’ente è ormai compromessa.

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