Stipendio dimezzato per le donne italiane, è il prezzo del lavoro domestico: lo studio

Lo studio Bankitalia: lo squilibrio del lavoro domestico pesa sull'occupazione femminile come un gender pay gap aggiuntivo del 50%

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Mirko Ledda

Editor e fact checker

Scrive sul web dal 2005, come ghost writer e debunker di fake news. Si occupa di pop economy, tecnologia e mondo digitale, alimentazione e salute.

Trenta ore in più di lavoro domestico a settimana è quanto le donne italiane fanno in casa rispetto agli uomini. L’effetto sul mercato del lavoro è equivalente a uno stipendio dimezzato. Lo certifica il working paper Natalità, divisione del carico domestico e offerta di lavoro, pubblicato dalla Banca d’Italia il 17 giugno 2026 nella serie Temi di discussione.

Significa che lo squilibrio sui lavori di casa pesa sull’occupazione femminile quanto un divario salariale aggiuntivo del 50% e spiega da solo circa il 70% della child penalty, la penalizzazione lavorativa che colpisce le madri dopo il primo figlio.

Trenta ore di lavori in casa in più ogni settimana

Il dato è costruito sulle indagini Istat sull’uso del tempo nelle famiglie italiane.

Quando entrambi i coniugi lavorano fuori casa, la moglie dedica in media 36 ore a settimana alle faccende domestiche e alla cura dei figli, il marito si ferma a 14,2 ore. Quando la moglie è disoccupata o casalinga, il carico esplode: 61 ore lei, 10,7 ore lui.

In termini relativi, secondo le stime del modello, il peso degli uomini nella produzione domestica complessiva è pari ad appena il 30% di quello delle donne.

Lo squilibrio non si spiega con un divario di competenze percepite. Nel campione il 38% degli uomini e il 38% delle donne concorda che gli uomini siano in grado di fare le faccende e accudire i figli tanto quanto le compagne. Il problema, scrive l’autore Andrea Mattia, è organizzativo e culturale, non di abilità.

L’effetto equivalente di uno stipendio dimezzato

Mattia stima un modello strutturale del ciclo di vita che incrocia decisioni di lavoro, fertilità e divisione delle faccende.

Il risultato è che lo squilibrio domestico ha sull’occupazione femminile lo stesso effetto di un aumento del gender pay gap del 50%: una donna che torna a casa dopo l’ufficio e si accolla anche il grosso del lavoro non retribuito si comporta, nelle scelte lavorative, come se guadagnasse molto meno di quanto la sua busta paga indichi.

L’impatto si concentra sulle madri lavoratrici. Il modello attribuisce al solo squilibrio nelle faccende circa il 70% della child penalty, il calo del salario e dell’orario di lavoro che colpisce le donne nei primi anni dopo la nascita di un figlio. Per il padre, in media, la nascita di un figlio non comporta penalizzazioni economiche misurabili.

Il matrimonio e il crollo dell’occupazione femminile

La fotografia che emerge dai dati Istat utilizzati nel paper è netta. Tra i single, il tasso di occupazione è praticamente identico per uomini e donne, il 98%.

Dopo il matrimonio gli uomini restano al 97% e le donne crollano al 56%. La separazione riavvicina i due valori (85% e 84%), ma il danno cumulato sulle carriere e sui contributi previdenziali resta.

Senza nidi non basta riequilibrare le faccende

Il paper mostra che intervenire sul solo carico domestico non basta a far ripartire la natalità.

Anche dividendo a metà le ore dedicate alla cura della casa, la fertilità sale poco se non aumenta la disponibilità di asili nido e servizi per l’infanzia. Il tempo liberato dalle faccende, senza un posto dove portare il bambino, viene riassorbito dalla cura diretta.

Solo eliminando insieme squilibrio domestico, gender pay gap e vincoli sui nidi il modello arriva a una fertilità di 2,28 figli per donna (+63% rispetto al valore stimato) e a un’occupazione femminile pari al 97% (+40%).

Il riferimento attuale è lontanissimo. Secondo il report Natalità e fecondità della popolazione residente diffuso dall’Istat nell’ottobre 2025, nel 2024 il numero medio di figli per donna in Italia si è fermato a 1,18, il minimo storico, con una stima provvisoria pari a 1,14 per il 2025.

Il working paper certifica, in termini economici, ciò che il dibattito pubblico sulla denatalità tende a separare: senza riequilibrio del lavoro domestico e senza un’offerta strutturale di servizi per l’infanzia, nessuna leva fiscale o bonus una tantum ha il potere di spostare gli indicatori.

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