Anche se in Italia il numero di contratti a tempo determinato risulta ridotto rispetto agli anni precedenti alla pandemia, questo trend non ha interessato tutti i lavoratori allo stesso modo e alcune categorie continuano a essere più esposte di altre alla precarietà.
Secondo quanto emerso dal rapporto di Adapt, elaborato sulla base dei dati Eurostat, in sei anni i dipendenti con un contratto a tempo determinato sono diminuiti del 16,1%. Tuttavia, tra giovani, donne e lavoratori stranieri i contratti precari continuano a essere ancora molto diffusi.
Indice
Contratti a termine e precariato in Italia: numeri a confronto
Mettendo a confronto i numeri, dal 2019 al 2025 (il periodo di tempo analizzato e monitorato):
- nel 2019 i dipendenti con un contratto a tempo determinato erano circa 3 milioni;
- nel 2020, anche per effetto della crisi provocata dalla pandemia, il numero era sceso a 2,61 milioni;
- nel 2022, con la ripresa economica, il numero è tornato a quota 3 milioni ma, da quel momento, è iniziata una nuova fase di riduzione;
- nel 2023, infatti, i lavoratori con contratto a termine erano circa 2,94 milioni, 2,74 milioni nel 2024 e 2,52 milioni nel 2025.
L’anno scorso si è registrato il livello più basso dal 2016. Nel confronto con il 2019, quindi, la diminuzione è di circa 483 mila lavoratori, pari al 16,1%.
Considerando però l’occupazione complessiva, la trasformazione dei contratti e la composizione della forza lavoro, la diminuzione del lavoro a termine non è andata di pari passo con quella dei precari. Al contrario, il problema si è solo spostato, interessando col tempo fasce specifiche della popolazione.
La classifica delle categorie più colpite
Se si osservano i dati per categoria, tra i gruppi maggiormente interessati dai contratti a tempo determinato:
- al primo posto troviamo i giovani, che continuano a essere la fascia nella quale il lavoro a termine è maggiormente diffuso. Nel 2019 il 48,1% dei dipendenti tra i 15 e i 29 anni aveva un contratto a tempo determinato. Nel 2025 la quota è scesa al 36,6%, con una riduzione di 11,5 punti percentuali;
- al secondo i lavoratori stranieri, soprattutto quelli provenienti da Paesi extra-Ue. Nel 2025 aveva un contratto a termine il 17,8% dei dipendenti cittadini di altri Paesi dell’Unione europea, mentre la percentuale saliva al 20,9% tra i cittadini extra-Ue;
- al terzo le donne, che presentano una maggiore incidenza del lavoro temporaneo rispetto agli uomini. Nel periodo considerato, infatti, la quota di dipendenti con contratto a tempo determinato nella fascia 15-64 anni è passata dal 17,5% al 15,3% tra le donne. Tra gli uomini, invece, la riduzione è stata più marcata: dal 16,7% al 12,2%.
Il mercato del lavoro nel 2026
Analizzando invece gli ultimi dati Istat, a giugno gli occupati erano complessivamente 24 milioni e 310 mila, mentre i dipendenti a tempo determinato erano 2 milioni e 542 mila. Rispetto al mese precedente, registrando un incremento che non si osserva dal 2021, sono 91 mila in più i lavoratori a termine.
Ancora una volta, però, giovani, donne e lavoratori stranieri rimangono le categorie maggiormente esposte. Infatti:
- il tasso di disoccupazione giovanile (tra i 15-24 anni) nel mese di giugno 2026 ha raggiunto il 18,4% (+1,5 punti percentuali in un solo mese);
- sul fronte di genere, la stabilità mensile dell’occupazione complessiva (ferma a un tasso del 62,9%) riporta uno specifico calo degli occupati tra le donne, a fronte di una crescita circoscritta alla sola componente maschile;
- la crescita delle persone in cerca di lavoro (+7,2%, pari a +97 mila unità in un solo mese) coinvolge sia gli uomini sia le donne ma continua a penalizzare le categorie più vulnerabili, come i lavoratori stranieri, più sovrarappresentati nei contratti instabili e a basso reddito.