Casa e lavoro per gli under 30, perché l’autonomia giovanile è un privilegio

I dati di Istat e Ocse smontano il mito del ventenne self-made: l'età media per lasciare la famiglia è 30 anni, contro i 26 della media Ue

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Redazione

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Mentre i giornali celebrano narrazioni di ventenni autosufficienti capaci di finanziarsi corsi ed esperienze all’estero con lavori occasionali, i dati dicono altro. In Italia oltre l’85% tra i 20 e i 24 anni e circa l’80% degli under 30 vive ancora in famiglia. Tra caro-affitti, contratti precari e ascensore sociale fermo, l’autonomia giovanile rimane una questione di capitale ereditato.

La retorica del “self-made” e l’illusione dell’indipendenza giovanile

Periodicamente i quotidiani propongono storie di ventenni che rivendicano una precoce autonomia economica. L’ultimo esempio riguarda Vittoria di Savoia, che sui giornali ha raccontato di aver lasciato gli studi per lavorare in un pub a Londra, pagarsi tre corsi di recitazione a Parigi e debuttare come attrice.

Un racconto nel quale l’impiego non appare come un’urgente necessità di sostentamento, ma quasi come una scelta pedagogica o un “atto di buona educazione” incoraggiato dalla famiglia. Tale narrazione rimuove però il peso delle condizioni materiali di partenza e del proprio cognome.

Nel mercato reale infatti uno stipendio non qualificato non copre i costi di vita e di formazione d’élite a Londra o Parigi. La possibilità di rischiare e accedere a vetrine prestigiose ad appena vent’anni resta legata a un capitale sociale ed economico familiare che fa da permanente rete di protezione.

Tra precarietà e caro-affitti: la condizione reale degli under 30 in Italia

I dati Istat, Ocse e Istituto Toniolo mostrano una realtà opposta: in Italia oltre l’85% dei giovani tra i 20 e i 24 anni vive con i genitori, e la quota sfiora l’80% tra tutti gli under 30.

L’età media d’uscita dalla famiglia si attesta sui 30 anni (contro i 26 della media europea), posizionando il Paese ai vertici mondiali per difficoltà abitative. Non si tratta di pigrizia, ma dell’impatto di salari stagnanti, precarietà contrattuale e frequente sottoccupazione.

A questo si somma un grave caro-affitti nelle città universitarie e lavorative, che spinge il 27% degli under 35 a dichiarare di non potersi permettere una casa e oltre il 60% dei ragazzi a temere per la propria stabilità abitativa.

Nemmeno la laurea garantisce un riparo, dato che la sovraqualificazione colpisce un giovane su quattro e oltre 350 mila qualificati sono dovuti emigrare nell’ultimo decennio.

L’ascensore sociale bloccato

Il confronto tra le narrazioni patinate e la realtà evidenzia il nodo centrale del Paese: il blocco dell’ascensore sociale. In Italia circa il 50% delle possibilità economiche dei figli dipende direttamente dal reddito dei genitori, in un sistema dove la mobilità verso il basso supera quella verso l’alto.

La ricchezza è fortemente concentrata: il 10% più ricco possiede oltre il 60% del patrimonio nazionale e gli over 50 detengono il 75% della ricchezza complessiva, lasciando agli under 40 meno del 9%.

In un mercato immobiliare inaccessibile e con stipendi fermi, l’autonomia giovanile cessa di essere il risultato dell’impegno lavorativo per diventare una condizione ereditaria.

A parità di contratto e di retribuzione, la differenza nella qualità della vita tra chi dispone di una famiglia proprietaria di immobili o con risparmi da investire e chi deve costruire il proprio futuro partendo da zero diventa incolmabile. E quando il lavoro non produce emancipazione, l’origine familiare diventa il fattore determinante del destino sociale.

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