Kids Act, social vietati agli under 13 e primo account dai 15: come funziona il regolamento Ue

L'Ue tenta una stretta sui social per proteggere i minori dai rischi della dipendenza: ecco come funzionerà la verifica dell'età e quali sono i rischi per la privacy.

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

L’Unione Europea si prepara a un nuovo confronto con lo strapotere delle Big Tech. Stavolta non si tratta di sanzioni amministrative per concorrenza sleale, ma di proteggere la vita digitale dei minori.

La proposta di regolamento denominata Eu Kids Act, annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, punta a fissare regole molto più rigide per l’accesso ai social network e a invertire l’onere della prova sulle spalle delle piattaforme.

Quando entra in vigore la legge

Il provvedimento sta muovendo i suoi primi passi istituzionali e si trova attualmente solo alla prima fase dell’iter di approvazione: la proposta formale dovrà infatti affrontare il lungo negoziato tra Parlamento e Consiglio Ue prima di un’eventuale adozione definitiva.

L’iniziativa si inserisce nel perimetro del Digital Services Act, la cornice normativa comunitaria che tenta di disciplinare la responsabilità dei servizi digitali. L’obiettivo di Bruxelles è chiaro: si vogliono trasformare semplici raccomandazioni in obblighi di legge stringenti, vincolando la progettazione degli algoritmi alla tutela della salute mentale di bambini e adolescenti.

I precedenti giudiziari e la spinta da oltreoceano

L’accelerazione delle istituzioni europee nasce anche dall’eco dei recenti procedimenti giudiziari aperti negli Stati Uniti. Il caso più emblematico riguarda Meta, finita al centro di un’imponente azione legale promossa da oltre 40 Procuratori generali statali.

I documenti emersi dalle indagini e le testimonianze degli ex dipendenti hanno mostrato una realtà allarmante: le società tecnologiche erano pienamente consapevoli del potenziale toxic di determinate funzionalità, dai feed a scorrimento infinito alle notifiche compulsive, ma hanno continuato a spingerle per massimizzare il tempo di permanenza online degli utenti. Di fronte al palese fallimento dell’autoregolamentazione aziendale, la politica ha deciso di intervenire per via giudiziaria e legislativa.

Come cambiano i social da 0 a 15 anni

L’impianto della norma definisce un modello di accesso graduale distribuito per tappe anagrafiche:

Come funcionerebbe il sistema di verifica dell’età

La vera sfida operativa dell’Eu Kids Act si gioca sul terreno del controllo anagrafico. L’esigenza è quella di superare definitivamente la fragilità dell’autodichiarazione dell’età, una soluzione formale rimasta in vigore finora pur rivelandosi del tutto inefficace.

Per accertare l’identità senza creare un sistema di sorveglianza di massa, l’Europa punta all’integrazione con il sistema di identificazione statale EuID Wallet, che in Italia sarà sviluppato tramite l’app IO. Il meccanismo si basa su protocolli crittografici ad attestazione a conoscenza zero: in questo modo alla piattaforma arriverà soltanto un codice di conferma sull’età dell’utente, senza rivelarne l’identità anagrafica.

Il nodo del Gdpr e la tutela dei dati

L’architettura tecnica risponderebbe direttamente alle garanzie imposte dal Gdpr in materia di minimizzazione dei dati personali. Il funzionamento è lineare:

Un’impostazione che punta a schermare la riservatezza degli utenti, ma che dovrà ora superare il vaglio delle obiezioni sollevate dalle associazioni per i diritti digitali e dai tecnici del settore.

L’incognita dell’efficacia reale

Trattandosi di una misura alle battute iniziali dell’iter legislativo, il rischio concreto è che l’Eu Kids Act possa incontrare sul piano pratico ostacoli simili a quelli emersi con l’applicazione dei quadri normativi nazionali. I bilanci delle Big Tech mettono spesso in conto sanzioni anche salatissime come un semplice costo di esercizio, dal momento che ristrutturare modelli di business basati sull’estensione del tempo di permanenza e sul coinvolgimento algoritmico resta un’opzione complessa. Inoltre, spostare l’onere della prova sui colossi tecnologici richiederà apparati di audit e risorse di vigilanza che la Commissione europea dovrà ancora dimostrare di saper mettere in campo con continuità.

Il timore di un’efficacia limitata trova un riscontro recente proprio nelle vicende italiane. L’impianto delineato dal Decreto Caivano e le successive linee guida dell’Agcom avevano introdotto l’obbligo di age verification tramite gestori terzi e doppio anonimato per limitare l’accesso dei minori ad alcuni tipi di piattaforme.

Tuttavia, tra i tempi tecnici di adeguamento, le contestazioni sui ricorsi amministrativi presentati dalle piattaforme estere e l’ampia diffusione di soluzioni tecniche sostitutive, l’impatto pratico della misura è risultato notevolmente depotenziato. Un precedente che dimostra come la distanza tra l’approvazione di una norma e la sua reale tenuta sul campo rimanga il vero nodo irrisolto, lasciando aperto il quesito su quale sia la strada più efficace per tutelare i minori ed evitare che la loro presenza online continui a tradursi in un margine di profitto, in qualsiasi modo possa essere inteso.

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