Direttiva DAC7 per influencer, cosa succede se le piattaforme comunicano i dati

A seguito dell'entrata in vigore della DAC7, le piattaforme internet devono comunicare i dati degli influencer al fisco: cosa succede se si rientra tra quelli segnalati

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Pierpaolo Molinengo

Giornalista

Pierpaolo Molinengo, giornalista dal 2002, è esperto di analisi economica e dinamiche fiscali. Autore per testate nazionali e portali finanziari, si occupa di interpretare gli scenari geopolitici e le riforme dei mercati, coniugando rigore tecnico e capacità di lettura delle grandi tendenze macroeconomiche globali.

L’epoca della zona d’ombra per chi guadagna sul web è definitivamente tramontata. Tra dirette su Twitch, abbonamenti su OnlyFans, monetizzazioni di YouTube e guadagni sui principali social network, il mercato della creator economy ha raggiunto volumi d’affari milionari. Ma parallelamente alla crescita del settore, si sono stretti anche le maglie e i controlli del Fisco.

Il punto di svolta decisivo è rappresentato dalla Direttiva europea DAC7 (recepita in Italia dal D.Lgs. 32/2023). Questa normativa impone ai gestori delle piattaforme digitali di raccogliere e comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati e i compensi degli utenti che operano online (l’obbligo è scattato dal 31 gennaio 2024).

Ma cosa succede concretamente quando scatta questa comunicazione? E cosa rischiano gli influencer che non sono in regola con la dichiarazione dei redditi?

Come funziona il meccanismo della DAC7

Fino a poco tempo fa, l’Agenzia delle Entrate doveva avviare indagini mirate o inoltrare richieste specifiche alle multinazionali del tech per accedere agli incassi percepiti dai singoli influencer. Con l’entrata in vigore della DAC7, il processo si è totalmente invertito ed è diventato automatico e sistematico.

Le piattaforme estere o europee – da YouTube a TikTok, da Patreon a Substack o Vinted – sono legalmente obbligate a inviare, entro il 31 gennaio di ogni anno, un report dettagliato con i dati fiscali e i compensi erogati nell’anno precedente ai residenti nell’Unione Europea.

Le soglie che fanno scattare la segnalazione

Non tutti i profili vengono segnalati al Fisco, ma i limiti per l’esonero sono decisamente bassi. La comunicazione all’Agenzia delle Entrate diventa obbligatoria non appena un utente supera, nell’arco di un anno solare su una singola piattaforma, almeno uno di questi due parametri:

Basta superare una sola delle due condizioni per far scattare l’obbligo. Uno streamer o un content creator che incassa 40 micro-donazioni da 5 euro ciascuna (per un totale di soli 200 euro) verrà comunque segnalato al Fisco, avendo superato il tetto delle 30 operazioni annue.

Quali dati degli influencer finiscono nelle mani dell’Agenzia delle Entrate?

La comunicazione trasmessa dalle piattaforme è estremamente dettagliata e non lascia spazio ad interpretazioni. Il Fisco riceve un dossier telematico contenente:

Se un utente si rifiuta di fornire i propri dati fiscali aggiornati, la direttiva impone alla piattaforma il blocco immediato dell’account e il congelamento dei saldi in giacenza fino al completo adeguamento.

La questione dei Gift e dei prodotti omaggio

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda i compensi non monetari. Molti influencer ricevono beni materiali, abiti, dispositivi elettronici o viaggi di soggiorno in cambio di contenuti promozionali (i cosiddetti gift o unboxing).

Per la normativa fiscale italiana, anche i prodotti ricevuti a titolo di corrispettivo per un’attività promozionale costituiscono reddito in natura (fringe benefit o compenso professionale) e vanno valutati al loro valore normale di mercato. Se la piattaforma intermedia queste operazioni o traccia le spedizioni di valore, questi flussi rischiano di rientrare nelle attività di controllo incrociato del Fisco, sommandosi ai compensi in denaro.

Cosa succede dopo l’invio dei dati: i 3 scenari possibili

Una volta ricevuti i file telematici, nei sistemi dell’Agenzia delle Entrate scatta l’incrocio automatizzato dei dati. Il software mette a confronto l’importo comunicato dalle piattaforme con quello indicato dal contribuente nel Modello 730 o nel Modello Redditi Pf. Gli esiti di questo controllo incrociato generano principalmente tre scenari.

Posizione regolare (partita Iva e dati coerenti)

È il caso degli influencer professionisti che fatturano regolarmente le proprie entrate. Se gli importi segnalati dalle piattaforme coincidono con le somme dichiarate e tassate, l’incrocio si chiude con esito negativo. La comunicazione DAC7 funge unicamente da elemento di riscontro formale.

Discrepanza sugli importi (sotto-dichiarazione)

Se l’influencer ha una partita Iva o dichiara i redditi, ma dalle comunicazioni DAC7 emerge che ha incassato cifre superiori a quelle indicate nella propria dichiarazione, il sistema rileva l’anomalia. In questo caso il Fisco invia la cosiddetta lettera di compliance: un avviso in cui invita il contribuente a giustificare l’incongruenza o a sanarla spontaneamente tramite il ravvedimento operoso, pagando le imposte dovute e le relative sanzioni in misura ridotta.

Incassi continuativi senza partita Iva

È la situazione più rischiosa e purtroppo diffusa tra i creator emergenti. Quando il Fisco rileva entrate periodiche e sistematiche erogate da piattaforme a favore di soggetti privi di partita Iva, scatta la contestazione per esercizio abusivo di attività d’impresa o professionale.

L’impatto sugli account esteri e il quadro RW

Moltissime piattaforme e intermediari di pagamento utilizzati nell’ambiente digitale hanno sede legale all’estero (es. Stati Uniti, Irlanda, Lussemburgo, Lituania).

Quando il Fisco rileva incassi e giacenze su conti o wallet internazionali trasmessi tramite la DAC7, verifica anche il rispetto degli obblighi di monitoraggio fiscale. I creator che detengono somme o conti all’estero e non compilano il Quadro RW della dichiarazione dei redditi rischiano sanzioni aggiuntive che vanno dal 3% al 15% degli importi non dichiarati detenuti fuori dai confini nazionali.

Il falso mito dei 5.000 euro

Molti influencer cadono nell’errore di credere che sotto i 5.000 euro di guadagno annuo non occorra dichiarare nulla né aprire la partita Iva. Si tratta di una pericolosa incomprensione normativa.

La soglia dei 5.000 euro riguarda esclusivamente la franchigia per il versamento dei contributi Inps tramite le prestazioni di lavoro autonomo occasionale. Ma la normativa fiscale italiana definisce la necessità di partita Iva non in base all’importo, bensì al principio di abitualità e continuità.

Un creator che pubblica video regolarmente, gestisce un canale mensile su OnlyFans, o percepisce royalties costanti dai banner pubblicitari svolge un’attività continuativa per definizione. Di conseguenza, la partita Iva è obbligatoria fin dal primo euro incassato se l’attività ha carattere di stabilità nel tempo.

A quanto ammontano sanzioni e rischi per chi non è in regola?

Se l’Agenzia delle Entrate accerta l’omessa dichiarazione dei redditi derivanti da attività digitale, il conto finale può diventare molto salato. Tra i recuperi previsti rientrano:

Come mettersi in regola prima dei controlli

Per gli influencer che hanno incassato somme non dichiarate negli anni precedenti, la parola d’ordine è tempestività.

Attendere che sia l’Agenzia delle Entrate a notificare l’irregolarità comporta l’applicazione delle sanzioni ed interessi per intero. Al contrario, muoversi in anticipo consente di ricostruire gli incassi storici (scaricando il Payout History dalle singole piattaforme) e accedere al ravvedimento operoso, che permette di ridurre le sanzioni amministrative a una frazione del minimo legale.

Infine, per chi intende proseguire la carriera sul web, l’apertura della partita Iva in regime forfettario rappresenta la soluzione ideale: permette di usufruire di un’imposta sostitutiva ridotta al 5% per i primi cinque anni e del 15% per i successivi, lavorando in totale serenità e al riparo dai controlli automatici dell’era DAC7.

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