In ben dieci regioni italiane i consumi sono ancora inferiori ai livelli registrati nel 2007, prima della grande crisi finanziaria. È quanto emerge dalle elaborazioni dell’Ufficio Studi Confcommercio, che confermano una crescita della spesa delle famiglie disomogenea, con un Nord che continua a trainare e un Mezzogiorno che fatica ancora a recuperare quasi vent’anni di crisi economiche, pandemia e rallentamento demografico.
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Economia italiana in crescita nel 2026, cosa dicono le previsioni
Secondo le stime di Confcommercio, nel 2026 il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,9%, dopo il +0,5% registrato nel 2025. Positivo il risultato previsto anche per i consumi delle famiglie, stimati in aumento dell’1,2%, rispetto al +1% dell’anno precedente.
La previsione di Confcommercio appare più ottimistica se confrontata a quella di altri organismi internazionali. L’Ocse, per esempio, nel suo Economic Outlook pubblicato a giugno 2026 stimava infatti una crescita italiana dello 0,5%, mentre l’Istat si è fermata allo 0,7%. La differenza deriva dal diverso peso attribuito ai consumi. Come spiegato dall’associazione dei commercianti, infatti, il quadro complessivamente favorevole è sostenuto soprattutto dalla domanda interna, che continua a rappresentare il principale motore della crescita economica nazionale.
Le regioni dove si spende meno
Prendendo il 2007 come punto di riferimento – anno precedente alla grande crisi economica del 2008 – dall’analisi emerge che ben dieci regioni italiane non sono ancora riuscite a recuperare i livelli di consumo di quasi vent’anni fa.
Il distacco più marcato si registra in Sicilia, dove i consumi sono ancora inferiori del 13,2% rispetto ai livelli pre-crisi, seguita da:
- Calabria (- 11,1%);
- Campania (- 10,2%);
- Puglia (- 9,7%);
- Sardegna (- 6,2%;
- Umbria (- 5,8%);
- Abruzzo (- 4,7%);
- Marche (- 4,3%).
Le situazioni più vicine al pareggio, ma comunque ancora in territorio negativo, riguardano infine la Basilicata e la Liguria, distanti rispettivamente il 2,9% e l’1,9% dal pieno recupero.
C’è da dire che, nel complesso, l’Italia è riuscita a superare i livelli del 2007, ma appena dell’1,3% nel 2026. Questo risultato, tuttavia, è sostenuto a livello nazionale quasi esclusivamente dalla spinta e dalle buone prestazioni delle regioni del Nord.
Le regioni dove i consumi crescono
La regione che traina l’economia italiana continua a essere la Lombardia, dove – secondo le stime – nel 2026 si sono registrati contemporaneamente la crescita del Pil (pari all’1,2%) e un incremento dei consumi (dell’1,8%).
Alle sue spalle si collocano:
- Trentino-Alto Adige (+1% di Pil e +1,5% di consumi);
- Lazio (+1% di Pil e +1,4% di consumi).
Anche osservando il confronto con il 2007, la Lombardia guida il Paese con un indice dei consumi pari a 112,5, seguita dalla Valle d’Aosta (108,8), dal Trentino-Alto Adige (107,8) e dall’Emilia-Romagna (107,1).
Dove i consumi crescono più del Pil
Analizzando i dati di Confcommercio, in 17 regioni su 20 i consumi aumentano più velocemente del Pil. In questi territori, cioè, il mercato locale si amplia più rapidamente rispetto alla ricchezza prodotta sul territorio, creando condizioni generalmente favorevoli per commercio e servizi.
Lo scarto maggiore si registra proprio in Lombardia, dove i consumi crescono di sei decimi di punto in più rispetto al prodotto interno lordo.
Seguono:
- Liguria (+ 0,5%);
- Trentino-Alto Adige (+ 0,5%);
- Veneto (+ 0,4%);
- Lazio (+ 0,4%).
Fanno eccezione solamente tre regioni:
- Basilicata (- 0,2%);
- Calabria (- 0,1%);
- Puglia (differenza pari a zero).
Quali settori stanno trainando la ripresa
La crescita della spesa non interessa tutti i comparti allo stesso modo. Come certificato dall’indicatore dei consumi, aggiornato a maggio 2026, i principali motori della ripresa sono i beni durevoli e il tempo libero.
In particolare crescono:
- beni per la mobilità (+6,5%);
- acquisti di automobili da parte dei privati (+15,7%);
- elettrodomestici (+7,9%);
- servizi ricreativi (+12,5%).
Molto più debole appare invece l’andamento della spesa quotidiana:
- gli alimentari, le bevande e i tabacchi registrano infatti una lieve flessione (-0,1%);
- i pubblici esercizi, come bar e ristoranti, si fermano a un modesto +0,2%.
Il divario tra Nord e Sud
L’aspetto che emerge con maggiore forza riguarda però il persistente divario territoriale. Nel 2026:
- il Nord ha raggiunto un indice dei consumi pari a 107;
- il Centro è arrivato a 103,4;
- il Mezzogiorno si è fermato a 90,2.
La crescita annuale conferma questa differenza registrando:
- +1,4% al Nord;
- +0,8% al Sud.
Secondo Confcommercio, questo ritardo dipende soprattutto dai redditi medi più bassi combinati alla crisi demografica, in particolare alla perdita di popolazione appartenente alle fasce di età lavorativa (che sono di fatto quelle che contribuiscono maggiormente alla produzione e ai consumi).