Petrolio, Brent a 86 dollari: cosa cambia per carburanti e accise

Il greggio perde quasi il 6% in due sedute sulle speranze per Hormuz, ma il gasolio resta oltre 2,20 euro in autostrada. Ecco cosa rallenta il calo alla pompa e perché il nuovo scenario pesa anche sulle scelte del governo sulle accise.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

Il greggio perde quasi il 6% in due sedute sulle speranze di una riapertura dello Stretto di Hormuz, ma il traffico resta fortemente ridotto e il gasolio costa ancora oltre 2,20 euro in autostrada: perché il calo del petrolio non arriva subito alla pompa e cosa può cambiare per le decisioni del governo.

Il petrolio cambia improvvisamente direzione. Dopo essere tornato nei giorni scorsi vicino a 92 dollari al barile, il Brent è sceso oggi fino a circa 86,3 dollari, perdendo oltre il 2% nella sola mattinata e quasi il 6% nell’arco di due sedute.

Il movimento è importante non soltanto per i mercati. Se dovesse durare, potrebbe progressivamente alleggerire il costo di benzina e diesel e ridurre la pressione sul governo proprio mentre scade l’attuale intervento sulle accise del gasolio.

Dietro il ribasso ci sono, soprattutto, le nuove speranze sullo Stretto di Hormuz. Iran e Oman hanno ripreso i colloqui sulla possibilità di creare un corridoio temporaneo per la navigazione e avviare la rimozione delle mine. Il mercato sta, quindi, iniziando a scommettere su una normalizzazione dei flussi energetici, anche se per ora una vera riapertura non c’è ancora.

Perché il Brent è sceso da 92 a 86 dollari

Il calo del petrolio nasce dalla combinazione di tre fattori.

Il primo è proprio il dialogo tra Iran e Oman. Hormuz resta uno dei passaggi più importanti al mondo per petrolio e gas e ogni segnale di maggiore sicurezza della navigazione riduce il premio di rischio incorporato nelle quotazioni.

Il secondo riguarda le sanzioni americane all’Iran. Nonostante la forte pressione politica di Washington, il mercato ha finora giudicato le nuove misure meno pericolose per l’offerta globale rispetto a una nuova escalation militare.

Infine, dagli Stati Uniti è arrivato un aumento inatteso delle scorte di greggio: secondo i dati preliminari dell’American Petroleum Institute sono cresciute di 4,2 milioni di barili, molto più delle attese. Più petrolio disponibile tende, a parità delle altre condizioni, a ridurre la pressione sui prezzi.

Il Brent è il principale riferimento internazionale per il greggio utilizzato anche in Europa e il suo andamento influenza, con tempi e modalità differenti, anche il costo dei carburanti.

Hormuz resta lontano dalla normalità

Il mercato sta, quindi, anticipando uno scenario migliore, ma i dati sulla navigazione invitano alla prudenza.

Martedì soltanto cinque navi commerciali legate alle materie prime hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro una media di circa 15 nei dieci giorni precedenti.

Questo significa che il prezzo del petrolio sta scendendo, soprattutto, perché gli operatori sperano in una soluzione, non perché i flussi siano già tornati alla normalità.

Ed è anche il motivo per cui il Brent potrebbe rimanere molto volatile: un accordo concreto sul corridoio marittimo potrebbe spingerlo ulteriormente verso il basso, mentre un nuovo fallimento dei negoziati potrebbe rapidamente riportare in primo piano il rischio sulle forniture.

Brent giù del 6%, perché benzina e diesel non scendono subito

È la domanda più immediata per gli automobilisti: se il petrolio perde quasi il 6%, perché alla pompa non si vede ancora un calo simile?

Perché il prezzo del Brent e quello del carburante non sono la stessa cosa.

Il Brent è petrolio greggio. Prima di arrivare al distributore deve essere raffinato e trasformato in benzina o diesel. Sul prezzo finale pesano poi le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, il cambio euro-dollaro, trasporto e distribuzione, i margini degli operatori e soprattutto imposte e accise.

Esiste, inoltre, un ritardo temporale: un movimento del greggio registrato oggi non viene normalmente trasferito integralmente al distributore il giorno successivo.

Gli ultimi dati ufficiali del Mimit sui prezzi dei carburanti mostrano comunque un gasolio self che sulla rete autostradale resta oltre i 2,20 euro al litro, nonostante il taglio fiscale ancora in vigore.

Il calo del petrolio cambia anche la partita sulle accise

La discesa del Brent arriva in un momento particolarmente delicato per il governo.

Oggi scade l’attuale riduzione di circa 17 centesimi al litro delle accise sul gasolio. Palazzo Chigi sta lavorando a una nuova proroga temporanea, destinata a fare da ponte verso un intervento più selettivo contro il caro energia.

Ed è qui che il nuovo movimento del petrolio può diventare politicamente rilevante.

Se il Brent restasse stabilmente nell’area di 85-86 dollari e le quotazioni dei carburanti iniziassero a scendere, diminuirebbe progressivamente la necessità di finanziare uno sconto generalizzato per tutti gli automobilisti. Il governo potrebbe, quindi, avere più spazio per concentrare le risorse sui redditi più bassi o sui soggetti maggiormente esposti al caro carburanti.

Non significa, però, che il taglio delle accise possa essere eliminato senza conseguenze già oggi: il beneficio fiscale resta incorporato negli attuali prezzi del diesel e la sua cancellazione avrebbe un effetto immediato, mentre la discesa del greggio richiede tempo per arrivare alla pompa.

Petrolio più basso, cosa cambia per inflazione e tassi

C’è, infine, una conseguenza meno visibile, ma importante per famiglie, imprese e mercati.

Un petrolio più economico riduce i costi energetici e, se il movimento dura abbastanza, può contribuire a frenare l’inflazione.

Per l’Europa il passaggio è particolarmente importante: solo pochi giorni fa il petrolio sopra 91 dollari alimentava nuovamente i timori su inflazione e tassi. Oggi lo scenario si è ribaltato.

QuiFinanza ha già approfondito quanto Hormuz possa incidere sull’economia europea e sui costi dell’energia. Se il greggio dovesse restare più basso, una parte di quella pressione potrebbe attenuarsi, con effetti potenzialmente favorevoli anche sui rendimenti obbligazionari e sulle aspettative per le banche centrali.

La vera domanda, però, è quanto durerà. Il Brent a 86 dollari è già una buona notizia per chi importa energia, Italia compresa, ma perché si traduca davvero in carburanti meno cari e minori pressioni sui tassi servirà che la distensione su Hormuz passi dalle parole alle navi.

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