Caldo e siccità, pubblicata la “mappa della sete”: colture e regioni più a rischio

L'agricoltura italiana si trova nuovamente a fare i conti con gli effetti di un clima sempre più estremo

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

L’ondata di caldo eccezionale che sta interessando gran parte dell’Italia, accompagnata da precipitazioni sempre più scarse, sta mettendo sotto pressione coltivazioni, allevamenti e risorse idriche del Paese. Secondo la nuova “mappa della sete” elaborata da Coldiretti, il cambiamento climatico non è più un rischio futuro, ma un’emergenza diffusa in tutto il Paese, con conseguenze già tangibili e visibili su raccolti, prezzi e disponibilità di prodotti alimentari soprattutto in alcune regioni. 

Le regioni più colpite da caldo e siccità

Le regioni del Centro Nord sono quelle più in difficoltà a causa della crisi idrica e ambientale. In Piemonte, dopo un inverno caratterizzato da abbondanti nevicate, il rapido aumento delle temperature e la drastica diminuzione delle piogge hanno prosciugato le riserve disponibili. Per questo motivo, è stato lanciato l’SOS siccità.

Tra le produzioni a rischio nella regione ci sono:

Le perdite vengono già stimate tra il 30% e il 40%, ma potrebbero salire fino al 70-80% se le precipitazioni continueranno a mancare.

Anche la Lombardia presenta uno scenario molto critico. In Lomellina la scarsità d’acqua minaccia direttamente le risaie, mentre nel Milanese si teme di rivivere la drammatica estate del 2022, quando gli agricoltori dovettero scegliere quali campi salvare.

Il mais mostra già segni evidenti di sofferenza con trinciature anticipate nelle province di:

Il pomodoro registra invece i primi effetti, con le varietà precoci che perdono circa il 10%, mentre quelle medio-tardive potrebbero arrivare a riduzioni del 40%. Preoccupano inoltre i vigneti, con una vendemmia che si prospetta anticipata, e gli allevamenti, dove la produzione di latte è già diminuita tra il 10% e il 20%.

Anche in Veneto le temperature elevate stanno accelerando la maturazione delle colture. In molti appezzamenti si osservano pannocchie prive di granella a causa della mancata fecondazione provocata dal caldo estremo. Questo fenomeno rappresenta un problema non soltanto per i produttori di cereali, ma anche per gli allevamenti, che utilizzano il mais come componente fondamentale dell’alimentazione animale.

In Trentino, invece, gli allevamenti registrano un calo nella produzione lattiera, mentre la combinazione tra caldo e siccità ha anticipato i cicli vegetativi e, nei casi più gravi, provocato il blocco della crescita delle colture.

In Emilia-Romagna, nelle aree servite dal Canale Emiliano Romagnolo la disponibilità d’acqua consente ancora di limitare i danni, ma sono aumentati i costi irrigui ed energetici e nel Bolognese si produce già il:

Soffrono anche vigneti, albicocche e susine nelle aree collinari, e nel Reggiano vengono segnalati danni alle angurie coltivate in serra e al fieno destinato agli allevamenti.

Difficoltà diffuse anche nel Centro Italia

L’emergenza coinvolge anche gran parte del Centro. Per esempio, in Toscana:

Nel Lazio le aziende zootecniche segnalano perdite fino a tre litri di latte al giorno per capo, mentre in alcune aree il mais rischia addirittura di non arrivare alla raccolta. Crescono inoltre i costi necessari per mantenere gli animali in condizioni accettabili, attraverso ventilazione e sistemi di raffrescamento delle stalle.

Anche Umbria, Abruzzo e Marche monitorano con attenzione l’evoluzione meteorologica.

La situazione nel Nord Ovest e Nord Est del Paese

La situazione non è delle migliori nemmeno nel resto d’Italia:

Le produzioni a rischio al Sud

Nel Mezzogiorno il quadro appare, almeno per ora, meno critico, ma le preoccupazioni non mancano, specialmente in Sicilia, dove il caldo record ha già provocato i primi danni alle colture orticole, con problemi segnalati soprattutto alle angurie nel Trapanese, mentre oliveti e agrumeti iniziano a manifestare segni di sofferenza.

In Calabria la situazione rimane relativamente stabile, sebbene siano comparsi i primi fenomeni di cascola su olivi e agrumi, mentre in Puglia le criticità riguardano principalmente gli allevamenti.

Nel resto d’Italia, come in Sardegna, Basilicata e Campania, le colture – al momento – mostrano una buona tenuta, ma il monitoraggio dell’evoluzione climatica continua ad essere monitorato, soprattutto perché se c’è una cosa che questa emergenza ambientale ci ha insegnato è che, davvero, da un momento all’altro la situazione potrebbe precipitare ovunque.

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