La parola chiave delle Considerazioni finali sul 2025 non è crisi. È passaggio. L’Italia arriva a questa fase dopo aver resistito a pandemia, shock energetico, rialzo dei tassi, tensioni commerciali e frammentazione geopolitica. Il messaggio che emerge dal discorso del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, è netto: la resilienza non basta più. Con un PIL cresciuto dello 0,5% nel 2025, una produttività ancora troppo debole, una popolazione in età da lavoro destinata a ridursi e l’intelligenza artificiale che può cambiare la struttura stessa della produzione, il Paese deve dimostrare di saper trasformare la tenuta degli ultimi anni in crescita strutturale.
È questo il punto più politico ed economico del discorso: l’Italia non può più limitarsi a superare gli shock. Deve usare la finestra ancora aperta dagli investimenti, dal PNRR, dal risparmio privato, dalla solidità del sistema bancario e dalla transizione tecnologica per affrontare le debolezze che da decenni frenano la sua crescita: scarsa innovazione, basso capitale umano, dipendenza energetica, dimensione ridotta delle imprese, insufficiente investimento in beni intangibili e qualità disomogenea dell’azione pubblica.
Il confronto con le relazioni degli anni precedenti aiuta a cogliere il cambio di tono. Dopo la pandemia, il tema era ricostruire. Nella fase dell’inflazione, era difendere stabilità dei prezzi e potere d’acquisto. Con il PNRR, era spendere bene e rispettare gli obiettivi. Nel 2026 la domanda diventa più severa: che cosa resta dopo la resilienza? La risposta del Governatore è chiara: resta la necessità di aumentare la produttività. Senza questo salto, la crescita italiana rischia di tornare alla sua velocità storica, troppo bassa per sostenere salari, welfare, investimenti e debito pubblico.
Indice
Un mondo più ricco, ma meno governabile
Il primo livello dell’analisi è internazionale. Nel 2025 l’economia mondiale ha mostrato un vigore inatteso, con una crescita del 3,4%. Gli Stati Uniti hanno continuato a correre sopra il 2%, sostenuti anche dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale, dai centri di calcolo e dall’aumento della ricchezza finanziaria generata dalle società protagoniste della trasformazione tecnologica. La Cina ha registrato un’espansione del 5%, ma dietro il dato resta un modello fragile: domanda interna debole, pressioni deflazionistiche, eccesso di capacità produttiva e maggiore aggressività commerciale sui mercati esteri.
Il commercio internazionale è cresciuto del 5%, ma il dato non racconta un ritorno ordinato alla globalizzazione precedente. Racconta, piuttosto, un mondo che si adatta a dazi, barriere, tensioni geopolitiche e nuove catene di fornitura. I beni legati all’intelligenza artificiale hanno rappresentato circa metà dell’incremento dei flussi globali di merci: è un segnale potente del fatto che la tecnologia non è più solo un settore, ma una forza che ridisegna commercio, investimenti e rapporti di potere.
Energia, tassa geopolitica sulla crescita
A complicare il quadro è arrivato il conflitto nel Golfo Persico. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita abitualmente una quota rilevante delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto, ha riportato energia, trasporti, assicurazioni, fertilizzanti e materie prime al centro della politica economica. L’energia torna così a essere una tassa geopolitica sulla crescita: riduce il reddito disponibile delle famiglie, comprime i margini delle imprese, aumenta l’incertezza, irrigidisce le condizioni finanziarie e limita lo spazio di intervento dei bilanci pubblici.
Per un’economia come quella italiana, importatrice di energia e fortemente manifatturiera, il punto è cruciale. Ogni shock sul petrolio e sul gas si trasmette a famiglie, imprese, logistica, export e conti pubblici. La politica energetica smette così di essere soltanto una sezione della transizione verde. Diventa una componente della sicurezza economica nazionale.
L’Europa tra risparmio, industria e fragilità strategica
Il secondo livello dell’analisi è europeo. Nel 2025 l’area euro è cresciuta dell’1,4%, ma il dato scende intorno all’1% se si esclude l’Irlanda. La manifattura è rimasta debole, soprattutto in Germania e in Italia, due economie esposte alla concorrenza internazionale, al rallentamento degli investimenti e alla pressione competitiva cinese. La disinflazione aveva consentito alla BCE di ridurre i tassi ufficiali, ma il nuovo shock energetico ha riaperto il problema: l’inflazione tornerà temporaneamente o rischia di radicarsi nelle aspettative di famiglie e imprese?
La Banca d’Italia distingue con precisione i due piani. La politica monetaria non può impedire che l’energia rincari. Può, però, evitare che lo shock diventi una spirale di prezzi, salari e aspettative. Per famiglie, imprese e risparmiatori significa che mutui, prestiti, costo del credito, rendimento del risparmio e investimenti restano legati alla capacità della BCE di calibrare la risposta senza soffocare la crescita.
Il nodo europeo non è soltanto monetario. È industriale e finanziario. L’Europa dispone di risparmio abbondante, ma fatica a trasformarlo in capitale per innovazione, imprese tecnologiche, infrastrutture strategiche, energia e difesa economica. Finché i mercati dei capitali resteranno frammentati lungo linee nazionali, il risparmio europeo continuerà a finanziare crescita altrove. È qui che il discorso del Governatore si collega ai grandi dossier europei: Unione del risparmio e degli investimenti, mercato unico dei capitali, maggiore integrazione finanziaria e capacità di finanziare progetti comuni.
Nel mondo descritto da Bankitalia, l’Europa non può più permettersi di essere solo un grande mercato regolato. Deve diventare un attore capace di trasformare priorità in decisioni, decisioni in investimenti e investimenti in risultati. La competizione globale non attende la lentezza delle procedure europee e la frammentazione, se spinta troppo oltre, rischia di indebolire proprio ciò che vorrebbe proteggere: lavoro, sviluppo, sicurezza e benessere.
L’Italia ha retto, ma è tornata alla prova della crescita
Dentro questo scenario, l’Italia appare insieme più forte e più vulnerabile. Più forte, perché dal 2019 il PIL è cresciuto di oltre il 6%, un risultato in linea con la media dell’area euro e superiore in termini pro capite. Gli investimenti hanno avuto un ruolo decisivo, le esportazioni hanno sostenuto l’attività, l’occupazione è aumentata e la posizione netta sull’estero è diventata creditoria, pari al 15% del PIL. La gestione prudente delle finanze pubbliche ha rafforzato la fiducia degli investitori e ha impedito che gli shock esterni diventassero una crisi interna più ampia.
Più vulnerabile, perché lo slancio si è indebolito. Nel 2025 la crescita si è fermata allo 0,5%. La domanda interna è stata frenata da redditi ancora condizionati dalla perdita di potere d’acquisto. L’export ha risentito della debolezza tedesca, dei dazi e della nuova pressione competitiva globale. La presenza italiana nei mercati asiatici, destinati a trainare la domanda mondiale, resta limitata. La concorrenza cinese non riguarda più soltanto produzioni a basso costo, ma anche comparti tecnologicamente avanzati.
Il punto centrale è demografico prima ancora che congiunturale. Con una popolazione in età da lavoro in forte riduzione, l’Italia non potrà contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere la crescita. È una sfida non rinviabile: se ci saranno meno persone in età attiva, ogni ora lavorata dovrà generare più valore. Questo significa che la produttività smette di essere un tema tecnico e diventa la condizione stessa per difendere salari, welfare, competitività e mobilità sociale.
Il PNRR ha comprato tempo. Ora deve comprare crescita
La ripresa degli investimenti è stata la principale discontinuità degli ultimi anni. Ha riguardato le costruzioni, ma anche macchinari e beni intangibili, cioè componenti essenziali per le prospettive di crescita. Il contributo pubblico è stato rilevante: tra il 2021 e il 2025 gli interventi del PNRR hanno superato i 100 miliardi, contribuendo per il 30% all’accumulazione complessiva.
Le revisioni successive hanno adattato il Piano alla complessità della sua attuazione. Alcune opere sono state ridimensionate o sostituite da progetti già avviati; alcuni obiettivi sono stati ricalibrati. Non è necessariamente un segnale di fallimento: in un programma di questa portata, una certa capacità di adattamento è fisiologica. Il punto, però, è che l’attuazione non può trasformarsi in dispersione. La revisione deve servire a rafforzare l’efficacia, non a diluire l’ambizione.
Le spese fin qui effettuate hanno sostenuto la domanda e innalzato il livello del prodotto annuale di quasi un punto percentuale in media nel quinquennio. Hanno rafforzato infrastrutture digitali, ferroviarie, elettriche e idriche. Il Piano ha inciso anche sul funzionamento delle amministrazioni pubbliche, introducendo procedure più orientate al raggiungimento degli obiettivi, iter semplificati e risorse preassegnate. I contratti finanziati dal PNRR sono stati aggiudicati con frequenza superiore di circa un quarto e con tempi più rapidi rispetto all’attività ordinaria, ma il giudizio finale non può essere ancora scritto. È troppo presto per misurare gli effetti sul potenziale di crescita.
Molto dipenderà dalla capacità di dare continuità allo sforzo di modernizzazione. Non basta che gli investimenti pubblici aumentino temporaneamente. Devono lasciare infrastrutture, competenze amministrative, capacità progettuale e investimenti privati. Il PNRR ha sostenuto la domanda. Ora deve dimostrare di poter cambiare l’offerta.
Perché il settore privato diventa decisivo
Per rendere duraturo l’aumento dell’accumulazione non può mancare il contributo del settore privato. Le imprese italiane dispongono di risorse proprie significative, ma queste risorse devono essere orientate verso investimenti in innovazione. È qui che emergono alcune delle debolezze storiche del sistema produttivo: un tessuto frammentato in imprese di piccola dimensione, che adottano più lentamente le nuove tecnologie; una scarsità di aziende innovative capaci di crescere; una insufficiente propensione a investire in beni intangibili, come ricerca e sviluppo, software, dati e capitale organizzativo.
È una diagnosi molto netta. Il problema non è solo investire di più, ma investire diversamente. Per decenni l’Italia ha mostrato capacità manifatturiera, flessibilità, qualità e adattamento, ma l’economia che si apre ora premia scala, dati, capitale umano, infrastrutture digitali, capacità manageriale e integrazione nelle filiere globali dell’innovazione. La piccola dimensione può essere un punto di forza quando significa specializzazione e flessibilità; diventa un limite quando impedisce di sostenere costi fissi, attirare competenze, adottare tecnologie e accedere a capitale di rischio.
La crescita italiana passerà, quindi, anche dalla capacità di costruire imprese che non siano solo resilienti, ma scalabili. Non basta avere tante buone aziende. Servono più aziende capaci di crescere.
Intelligenza artificiale: la questione non è sperimentare, ma adottare
L’intelligenza artificiale può diventare una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana, ma il potenziale non si realizzerà automaticamente. Dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese, a partire da quelle piccole e medie, e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi.
Negli ultimi anni la quota di aziende che fa ricorso all’intelligenza artificiale è cresciuta al 30%. Tuttavia, appena il 5% ne fa un uso intensivo. Nella maggior parte dei casi l’impiego resta confinato ad applicazioni semplici: generazione di testi, chatbot, strumenti di supporto individuale, automazioni parziali. Sono utilizzi utili, ma ancora insufficienti a trasformare in profondità l’organizzazione aziendale, la gestione delle filiere, la manutenzione degli impianti, la progettazione, il controllo qualità, la logistica, il rapporto con i clienti e la produzione di valore.
Nel confronto internazionale, la diffusione italiana rimane contenuta. Il rischio è ripetere l’esperienza degli anni Novanta, quando il ritardo nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione contribuì a frenare la produttività per decenni. Oggi il costo di un ritardo analogo sarebbe ancora più alto. L’intelligenza artificiale non è una moda tecnologica: è una possibile risposta al declino demografico e alla bassa crescita potenziale.
La produttività del lavoro potrebbe aumentare di 0,2 punti percentuali l’anno in uno scenario di adozione lenta e di oltre un punto in caso di diffusione rapida e pervasiva. Nello scenario più favorevole, questi guadagni potrebbero più che compensare il calo del prodotto potenziale dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro. È qui che l’AI smette di essere un tema da convegno e diventa un dossier macroeconomico.
Gli ostacoli delle PMI e il ruolo dello Stato committente
La diffusione estesa dell’intelligenza artificiale incontra ostacoli significativi, soprattutto tra le imprese minori. I costi iniziali possono essere elevati. Servono competenze tecniche e gestionali per individuare le soluzioni più adatte, riorganizzare i processi, gestire i dati, affrontare questioni legali e tutelare la riservatezza. Non è sufficiente acquistare un software: bisogna ridisegnare il modo in cui l’impresa produce, decide, vende, controlla e innova.
Per questo l’adozione deve avvenire anche lungo le filiere. Le imprese più grandi possono trascinare fornitori, subfornitori, distretti, reti produttive e servizi. Le piccole imprese possono beneficiare di competenze condivise, piattaforme comuni, trasferimento tecnologico, centri di competenza e collaborazioni con università e ricerca.
L’intervento pubblico è decisivo nelle fasi iniziali, ma deve essere selettivo. Non servono sussidi generici. Servono politiche mirate: sostenere nascita e crescita di aziende innovative, rafforzare venture capital e private equity, orientare il risparmio verso progetti ad alto rischio e alto potenziale, usare lo Stato come committente intelligente nei settori in cui la domanda pubblica può attivare innovazione: sanità, energia, sicurezza, mobilità, amministrazione digitale.
L’Italia non parte da zero. Ha infrastrutture di calcolo rilevanti in Europa, una produzione scientifica e universitaria di qualità e un ampio risparmio privato, ma deve mobilitare queste risorse con una strategia. Senza una regia, rischia di avere capitale, competenze e tecnologie senza trasformarle in produttività.
Capitale umano: la fragilità che può ampliare le disuguaglianze
L’innovazione non riduce automaticamente le disuguaglianze. In assenza di competenze diffuse può ampliarle, premiando chi sa usare le nuove tecnologie e lasciando indietro chi ne resta escluso. È una delle parti più importanti del discorso del Governatore, perché lega produttività, scuola, lavoro e mobilità sociale.
Dall’inizio del secolo la quota di trentenni laureati è più che raddoppiata, arrivando al 30%, ma rimane inferiore a quella delle principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora: una percentuale doppia rispetto agli altri Paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole.
Si alimenta così un circolo vizioso. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione. La carenza di competenze rende a sua volta più difficile adottare nuove tecnologie. Nel frattempo, una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze: tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000.
Questo non è solo un problema demografico. È una perdita di capitale produttivo. Ogni giovane qualificato che lascia il Paese riduce la capacità dell’Italia di innovare, adottare AI, creare imprese, attrarre investimenti e aumentare salari. La sfida non è solo formare più laureati. È costruire un sistema produttivo che li domandi, li paghi, li valorizzi e li trattenga.
Energia: la vulnerabilità italiana è ancora lì
Il conflitto nel Golfo ha reso nuovamente evidente la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia. Per un’economia esposta come quella italiana, i rincari comportano un trasferimento di risorse all’estero, riducono il reddito disponibile delle famiglie, indeboliscono la competitività delle imprese e frenano la crescita.
Bankitalia indica tre fronti: efficienza energetica, sviluppo delle fonti rinnovabili e potenziamento delle reti. Sono tre leve complementari. L’efficienza riduce la quantità di energia necessaria per produrre reddito. Le rinnovabili abbassano la dipendenza dalle fonti importate. Le reti rendono possibile integrare nuova capacità, accumuli, connessioni, scambi e sicurezza del sistema.
L’Italia ha fatto progressi: l’energia impiegata per unità di PIL è diminuita del 15% tra 2019 e 2024; la quota dei consumi elettrici coperta da rinnovabili è salita dal 35% al 41% nel 2025. Ma il passo va accelerato. In uno scenario in cui energia e geopolitica sono di nuovo intrecciate, ritardare sugli investimenti energetici significa restare esposti a shock che il Paese non controlla.
La politica energetica non è più solo transizione ambientale. È una polizza industriale, sociale e geopolitica.
Private equity e venture capital ancora sottodimensionati in Italia
Il sistema bancario italiano entra in questa fase da una posizione di forza. Redditività e capitalizzazione sono elevate, il rapporto tra valore di mercato e valore contabile è tra i più alti in Europa, le banche maggiori registrano risultati molto positivi. Le banche meno significative restano meno efficienti e redditizie, ma hanno rafforzato la dotazione patrimoniale.
Questa solidità è un vantaggio, ma non deve diventare prudenza sterile. Il credito deve accompagnare le imprese con piani di investimento credibili, soprattutto quelle che innovano, crescono e rafforzano la propria posizione competitiva. Allo stesso tempo, il credito bancario non basta. Innovazione, crescita dimensionale, tecnologie e beni intangibili richiedono capitale di rischio.
Private equity e venture capital sono ancora sottodimensionati in Italia, ma diventano essenziali per sostenere imprese innovative, progetti ad alto potenziale e percorsi di crescita. Anche qui torna il problema europeo: se il risparmio resta frammentato e prevalentemente difensivo, finanzierà protezione più che trasformazione. Se invece viene canalizzato verso capitale produttivo, può diventare una leva della crescita.
La lezione della Repubblica e l’ordine internazionale in crisi
La parte finale del discorso del Governatore alza lo sguardo dalla congiuntura alla storia. Ottant’anni fa, il 2 giugno, donne e uomini scelsero la Repubblica. Seppero superare divisioni profonde attraverso il confronto nell’Assemblea costituente, dando avvio alla costruzione delle istituzioni democratiche su cui si sarebbe fondata la ricostruzione del Paese. A quella scelta se ne accompagnò un’altra, altrettanto decisiva: collocare l’Italia in un ordine mondiale aperto, fondato sulla cooperazione e su regole condivise.
L’adesione all’architettura globale nata dopo la guerra e la partecipazione, da Paese fondatore, al progetto europeo furono condizioni essenziali per lo sviluppo economico dei decenni successivi. Nella Relazione annuale del marzo 1946, la Banca d’Italia guidata da Luigi Einaudi indicava con nettezza il presupposto del nuovo ordine monetario definito a Bretton Woods: una collaborazione internazionale estesa ai fondamentali rapporti economici, ispirata alla consapevolezza della stretta dipendenza del benessere di tutti dal benessere di ciascuno.
Quella lezione resta una guida per il presente. Oggi quell’ordine è in crisi profonda. Squilibri macroeconomici persistenti, distribuzione diseguale dei benefici della globalizzazione, ritorno del protezionismo, uso strategico delle risorse economiche, finanziarie e tecnologiche ne hanno indebolito le fondamenta. Le tensioni geopolitiche si trasmettono al sistema economico e al benessere dei cittadini. L’incertezza globale incide sulle decisioni di famiglie, imprese e governi.
La risposta, però, non può essere la chiusura. Affermare il valore della cooperazione non significa ignorare le fragilità dell’assetto precedente, né rinunciare alla sicurezza economica e all’autonomia strategica. Significa evitare che la ricerca di protezione si trasformi in isolamento; che l’interdipendenza diventi solo fonte di divisione; che la frammentazione finisca per indebolire proprio ciò che si vuole difendere: lavoro, sviluppo e benessere.
La vera sfida: trasformare la tecnologia in fiducia nel futuro
L’Europa deve dimostrare maggiore unità di azione. Deve trasformare obiettivi e priorità in decisioni, investimenti e risultati. L’Italia, dentro questa Europa, deve guardare al futuro con determinazione. Ha punti di forza importanti: manifattura di qualità, risparmio privato, infrastrutture scientifiche, capacità imprenditoriale, posizione finanziaria sull’estero migliorata, banche solide, ma questi punti di forza non si trasformeranno automaticamente in prosperità.
Il terreno decisivo è la tecnologia. Non in senso astratto, ma come strumento per aumentare produttività, qualità dei servizi, capacità delle imprese, efficienza energetica, sicurezza, salute, mobilità, pubblica amministrazione. La transizione tecnologica può diventare una stagione di prosperità, lavoro e fiducia nel futuro. Oppure può ampliare divari, accentuare fragilità e lasciare l’Italia ai margini delle nuove catene del valore.
È qui che il discorso del Governatore assume una dimensione civile. Il progresso del Paese non è solo una responsabilità economica. È il compito civile di questo tempo. Significa costruire una crescita che non dipenda dalla prossima emergenza; un’economia che non si limiti a resistere, ma sappia cambiare; un sistema in cui investimenti, competenze, risparmio, energia e innovazione siano messi al servizio di una prospettiva più ampia.
Le Considerazioni finali non consegnano un messaggio di allarme, ma neppure di tranquillità. L’Italia ha dimostrato di saper resistere. Ora deve dimostrare di saper crescere e per farlo deve affrontare la questione che riassume tutte le altre: trasformare la resilienza in produttività, la tecnologia in lavoro, il risparmio in investimento e la cooperazione in sicurezza economica.