I must beauty 2026? Secondo gli esperti che si sono riuniti poco tempo fa a Roma in occasione del congresso della Società Italiana di Medicina estetica (SIME), la tendenza è verso uno stop ai volumi eccessivi a fronte di un via libera ai risultati naturali, rigenerativi e personalizzati.
Un trend globale, quello della “Quiet Beauty” e medicina rigenerativa, accolto con entusiasmo dalle persone sempre più orientate a migliorare la qualità della pelle che trasformare i lineamenti. In generale non si cerca più di cambiare volto, ma di migliorare la qualità della pelle, rallentare il tempo, lavorare in profondità. Il tutto, a partire dalla diagnosi: occorre capire prima di trattare, e quindi valutare prima di intervenire.
Un principio semplice, ma rivoluzionario. È la base per offrire percorsi costruiti sul singolo paziente, anziché i classici trattamenti standardizzati, che creano cloni impersonali. A fronte di questa tendenza, peraltro, si assiste a fenomeni che invece mettono in guardia, soprattutto tra i giovanissimi. Un editoriale pubblicato su Dermatol Ther porta l’attenzione sul fenomeno emergente della cosmeticoressia o rexia (anche detta dermorexia), ossia la preoccupazione o l’ossessione per il raggiungimento di una pelle “perfetta”. Il rischio di questa condizione è che può portare a un uso eccessivo, inadeguato all’età o compulsivo di prodotti e procedure cosmetiche.
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A rischio i giovani
La ricerca è stata condotta da Giovanni Damiani, dermatologo e direttore del Centro di medicina di precisione ed infiammazione cronica dell’Università Statale di Milano, ed Alberto Stefana, psicologo dell’Istituto Superiore di Sanità. I due esperti puntano l’attenzione sul rischio di portare la bellezza verso una componente medica, ed evidenziano come la tendenza alla cosmeticorexia sia rinforzata culturalmente, proprio attraverso la medicalizzazione della bellezza, la crescita del mercato dei prodotti cosmeceutici (prodotti ibridi tra cosmetici e farmaci, contenenti principi attivi in alte concentrazioni) e dalle piattaforme di social media, che premiano contenuti basati su routine di bellezza e presentazioni di sé centrate sull’aspetto fisico.
“La cosmeticorexia interessa soprattutto le fasce pre-adolescenziali, come emerso a livello internazionale con il caso dei cosiddetti “Sephora kids”: una tendenza virale che coinvolge principalmente la Generazione Alpha (all’incirca dagli 8 ai 14 anni) – ma non solo – ossessionata da prodotti per la cura della pelle e il trucco di alta gamma, destinati agli adulti”
commenta in una nota per la stampa dello stesso ateneo Giovanni Damiani.
“Tali cosmetici hanno un costo spesso rilevante che grava sulle famiglie, soventemente ignare del pericolo sotteso dal cosmetico che stravolgendo l’aspetto del viso del figlio ne distorce la rappresentazione interna. In altre parole, il cosmetico rende sempre uguale ed imperturbabile un viso di un adolescente che naturalmente cambia giornalmente e cresce fino ad acquisire un aspetto adulto. Ecco il cosmetico applicato eccessivamente rompe proprio questa evoluzione percepita”.
In cerca di diagnosi
I social media hanno propagato questa tendenza, omettendone i pericoli per la pelle (dermatiti da contatto ed allergie) e per la mente (rischio di sviluppo di dismorfismo corporeo). Per gli esperti, ci vuole davvero attenzione. Segnali emergenti indicano che l’esposizione e l’adozione di queste pratiche avvengono a età sempre più precoci, sollevando preoccupazioni riguardo a dermatiti irritative e allergiche da contatto, alterazioni della barriera cutanea e al rafforzamento di modalità disfunzionali di monitoraggio dell’aspetto e di comportamenti di pulizia della pelle compulsivi.
Nello studio si segnala infatti che occorre dare un ruolo chiaro a questo fenomeno anche nella classificazione scientifica, per definirne i contorni e poter davvero aiutare che si trova in condizioni di potenziale rischio. Secondo gli autori dello studio infatti quantunque la cosmeticorexia non sia riconosciuta come diagnosi formale negli attuali sistemi di classificazione, essa potrebbe rappresentare un disturbo mentale nello spettro del dismorfismo corporeo clinicamente rilevante, meritevole di una definizione operativa, strumenti di valutazione standardizzati e un monitoraggio epidemiologico, attraverso un approccio interdisciplinare. Perché alla fine è necessario “vedere” un volto, non limitarsi a considerare e trattare autonomamente un difetto. Fondamentale in questo ambito sarà il ruolo dei social media e degli influencer, con la massima attenzione a ridefinire i confini tra comunicazione e responsabilità, tra filtri social e verità.