La spesa pensionistica italiana è destinata a crescere nei prossimi quindici anni, con un picco previsto nel 2041.
È quanto emerge dal nuovo Documento di finanza pubblica (Dfp) presentato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che fotografa un sistema previdenziale sotto pressione demografica e finanziaria, in un contesto di margini di bilancio sempre più ridotti.
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Il quadro attuale
Nel 2026 la spesa per le pensioni raggiungerà 352,4 miliardi di euro, in aumento del 2,8% rispetto ai 342,9 miliardi del 2025. Il valore corrisponde al 15,2% del Pil, lo stesso livello dell’anno precedente, ma è destinato a salire già dal 2027.
L’incremento è dovuto a diversi fattori:
- nuove liquidazioni pensionistiche e tassi di cessazione;
- rivalutazione degli assegni pari all’1,4%;
- aumento delle maggiorazioni sociali introdotto dalla legge di bilancio 2026.
Nel complesso della spesa sociale, le pensioni rappresentano la voce principale. Nel 2026 le prestazioni sociali in denaro, che includono anche l’Assegno di inclusione, il Supporto per la formazione e il lavoro e altri trasferimenti, raggiungeranno 471,7 miliardi di euro, pari al 20,4% del Pil (+2,7% rispetto al 2025). Di questa cifra, circa tre quarti sono destinati alle pensioni.
La traiettoria fino al 2029
Secondo il Dfp, tra il 2027 e il 2029 la spesa pensionistica crescerà a un tasso medio annuo del 3,2%, superiore sia alla crescita del Pil nominale sia a quella delle altre prestazioni sociali, ferme all’1,3% annuo nello stesso periodo.
Nel 2029 la spesa dovrebbe arrivare a 386,9 miliardi di euro, pari al 15,5% del Pil. Le prestazioni sociali complessive toccheranno invece 510,9 miliardi, ossia il 20,5% del prodotto interno lordo.
Tra il 2019 e il 2025, la crescita media annua della spesa sociale è stata del 4%, quasi il doppio rispetto al 2% registrato nel periodo 2010-2018. Le previsioni indicano che resterà elevata anche nel biennio 2026-2027, attestandosi intorno al 3,8% annuo e mantenendosi al di sopra della crescita del Pil nominale.
Chi andrà in pensione
Dal 2026 il sistema di accesso alla pensione è diventato più rigido. La legge di bilancio ha abolito Quota 103, la misura di pensionamento anticipato flessibile che dal 2019 consentiva di uscire dal lavoro con 62 anni di età e tra 38 e 41 anni di contributi.
Con la sua soppressione, le principali vie di uscita restano:
- pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi (legge Fornero);
- pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi per le donne);
- Ape sociale, prorogata al 2026 per lavoratori in condizioni di svantaggio, disoccupati, caregiver e addetti a mansioni gravose.
La stretta sulle uscite anticipate risponde alla necessità di contenere i costi. Secondo il Dfp, l’introduzione di Quota 100 e delle successive misure di flessibilità ha determinato, tra il 2019 e il 2021, un aumento significativo del numero di pensioni rispetto agli occupati, con effetti finanziari protratti nel tempo.
L’aumento fino al 2041, poi la discesa
Il capitolo più critico riguarda le prospettive di lungo periodo. Il rapporto tra spesa per pensioni e Pil è destinato a salire fino al 17,1% nel 2041, livello che resterà stabile anche nei tre anni successivi. Secondo le proiezioni, la curva inizierà a scendere dal 2045, prima lentamente e poi in modo più marcato. Il rapporto scenderà al 16,2% nel 2050 e tenderà verso il 14% nel 2070.
La riduzione finale sarà determinata da più fattori. Come l’applicazione generalizzata del sistema contributivo, l’uscita progressiva delle generazioni del baby boom e l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aumento della speranza di vita.