Fondi pensione, nuove regole da luglio tra deduzione e nuove modalità di rendita

Il Governo spinge sulla previdenza complementare: aumentato il limite di deducibilità e introdotte nuove modalità di accesso alle prestazioni

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

L’Italia punta a cambiare la previdenza complementare, con lo scopo di salvare il sistema previdenziale che sul lungo periodo diverrà insostenibile. La mossa del Governo Meloni contenuta nella Legge di Bilancio 2026 punta a imprimere un’accelerata alla previdenza complementare per renderla più attrattiva, dal momento che il settore è impantanato in una crescita lenta con adesioni lontane dalle attese.

La Manovra introduce infatti un aumento della soglia di deducibilità dei contributi e apre a forme più flessibili per l’erogazione delle prestazioni previdenziali, superando il modello tradizionale basato quasi esclusivamente sulla rendita vitalizia.

Fondi pensione 2026, aumenta la deducibilità dei contributi

La novità fiscale di maggiore interesse riguarda il limite di deducibilità dei versamenti con il tetto massimo che dal 2026 passa da 5.164,57 euro a 5.300 euro annui. L’aumento interessa sia gli aderenti già presenti sia chi entra per la prima volta nel mondo del lavoro. Resta infatti attivo il meccanismo che permette di recuperare nei vent’anni successivi i contributi non versati durante il primo quinquennio di partecipazione, ma il calcolo verrà effettuato utilizzando il nuovo limite.

C’è poi la questione della decorrenza: è vero che le regole generali prevedono spesso l’applicazione dal 1° luglio, ma per il nuovo tetto la norma individua direttamente il 2026 come anno fiscale di riferimento. E quindi il nuovo limite dovrebbe essere valido dal 1° gennaio 2026.

Ma la riforma interviene anche sul momento dell’uscita. Accanto alla rendita vitalizia vengono introdotte tre alternative:

  1. rendita a durata definita – l’aderente potrà ricevere pagamenti distribuiti per un periodo temporale stabilito in anticipo;
  2. prelievi liberamente determinabili – sarà possibile effettuare prelievi con maggiore autonomia adattando l’utilizzo del capitale alle esigenze personali;
  3. erogazione frazionata del montante – il capitale potrà essere distribuito in più tranche mantenendo la gestione delle somme residue all’interno della forma pensionistica.

Come cambia la tassazione delle nuove rendite

Anche il trattamento fiscale varia in base alla modalità per cui si opta: per rendita a durata definita e prelievi liberamente determinabili si applica il regime più favorevole:

Per l’erogazione frazionata, invece, il trattamento è meno favorevole:

Regime transitorio

Le nuove regole dovrebbero applicarsi ai montanti maturati dal 1° gennaio 2007, anno della precedente grande revisione della previdenza complementare. Per le quote accumulate prima continueranno invece a valere le norme precedenti.

Previdenza complementare ancora ferma

Già un paio di Manovre prima, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, in quota Lega, non aveva usato giri di parole sostenendo la necessità di spingere su qualche forma di previdenza complementare, per salvare i giovani italiani da future pensioni “da fame”.

Il rapporto Assogestioni-Censis 2026 evidenzia la situazione della stampella pensionistica: il 74,4% degli italiani si dichiara informato in merito alle diverse forme di previdenza complementare, ma soltanto il 15,4% afferma di possedere una conoscenza approfondita degli strumenti a disposizione.

Il divario emerge ancora di più tra intenzioni e comportamento: tra chi non ha ancora aderito, il 60,8% sostiene di volerlo fare in futuro. La quota sale all’81% nella fascia compresa tra i 18 e i 44 anni.

Secondo il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, citato dal Corriere della Sera, il problema non riguarda la capacità di risparmio delle famiglie, che è ancora elevata, ma la difficoltà nel destinare risorse a strumenti di lungo periodo. Gli italiani, in sintesi, “riconoscono il problema, ma non le soluzioni”.

Sulle scelte dell’italiano medio pesano la scarsa conoscenza dei meccanismi tecnici, la difficoltà nel distinguere un prodotto dall’altro, una certa diffidenza e una cultura finanziaria ancora orientata al breve termine. Quando si parla di soldi, gli italiani si distinguono per lo più per l’apprezzamento di titoli di Stato, libretti postali, buoni fruttiferi e azioni dagli alti dividendi. E, come è noto, di risparmio fine a sé stesso.

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