Fondo pensione negoziale, i costi divorano fino a 44 mila euro di risparmi

Lo studio dell'Osservatorio Previdenza mostra come la scelta del prodotto previdenziale incida sul montante finale. Il peso dei costi

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

La Cgil denuncia come la tanto invocata “libertà di scegliere il fondo pensione” possa costare fino a 44 mila euro di risparmi in meno nell’arco di 35 anni. Sarebbe questo il divario che emerge dal confronto tra fondi pensione negoziali e Pip nella simulazione dell’Osservatorio Previdenza della Confederazione Generale Italiana del Lavoro.

Stefania Filetti, segretaria confederale della Cgil, ha commentato l’analisi dell’Osservatorio Previdenza sull’impatto dei costi di fondi pensione negoziali, fondi aperti e piani individuali pensionistici assicurativi.

Allarme sui fondi pensione: fino a 44.000 euro in meno

L’analisi dell’Osservatorio Previdenza della Cgil ha messo a confronto l’impatto dei costi dei fondi pensione negoziali, dei fondi aperti e dei piani individuali pensionistici assicurativi (Pip), utilizzando gli indicatori sintetici dei costi medi dei comparti bilanciati riportati dalla Covip.

La simulazione ipotizza una retribuzione annua lorda di 30.000 euro, con versamenti annui di 2.373,01 euro e un rendimento convenzionale prima dei costi del 4%, uguale per tutte le forme.

Stefania Filetti, segretaria confederale della Cgil, ha commentato le simulazioni:

Alle lavoratrici e ai lavoratori la libertà tanto invocata da questo Governo può costare oltre 40.000 euro in meno da destinare alla propria pensione complementare,

I risultati della simulazione

Infatti i risultati della simulazione mostrano come dopo 35 anni il montante stimato sia:

Quindi, a parità di risorse versate e di rendimento ipotizzato prima dei costi, la diversa onerosità produce un divario di circa 31 mila euro nel confronto con il fondo aperto e di oltre 44.000 euro nel confronto con il Pip.

Ogni euro assorbito dai costi, commenta Filetti, riduce le risorse accumulate e quelle che potranno generare rendimenti negli anni successivi. La segretaria ha sottolineato la necessità di informazioni chiare e confrontabili, perché lavoratrici e lavoratori devono poter conoscere le conseguenze economiche delle alternative che vengono loro proposte.

Scenario con contributo datoriale

In un secondo scenario, l’Osservatorio ipotizza un contributo del datore di lavoro del 2% della retribuzione, pari a circa 600 euro annui, riconosciuto soltanto aderendo al fondo negoziale.

A partire da queste ipotesi, scrive la Cgil, dopo 35 anni il montante del fondo negoziale raggiunge circa 208.000 euro, un divario che sale a circa 73.000 euro rispetto al fondo aperto e a oltre 86.000 euro rispetto al Pip.

Come ricorda la segretaria confederale, il contributo datoriale è una conquista, ma non esiste alcun automatismo che consenta di trasferire il contributo datoriale verso un fondo aperto o un Pip.

Per questo, ribadisce:

La libertà tanto richiamata dal Governo rischia di diventare una libertà a caro prezzo, mentre si spostano risorse dai fondi negoziali verso prodotti bancari e assicurativi mediamente più costosi.

La Cgil punta quindi il dito contro la prossima legge di Bilancio, che vede lavoratrici, lavoratori e pensionati più poveri e che dal 1° novembre “rischia di vedere saccheggiati” anche i loro risparmi previdenziali. La definisce “una scelta coerente” con le politiche del Governo, che “continua a utilizzare il lavoro dipendente e le pensioni come il proprio bancomat”.

L’analisi si conclude con l’invito ad aderire allo sciopero promosso per il prossimo 20 novembre 2026.

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