Crisi ortofrutta, quanto aumentano i prezzi dai campi agli scaffali: tutti i rincari

Dalle speculazioni della GDO alle importazioni record: perché agricoltori e consumatori pagano il prezzo di una filiera sbilanciata

Pubblicato:

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Dal grano duro ai carciofi, dall’olio extravergine alle clementine, l’agroalimentare italiano sta vivendo una fase di forte tensione. Ma la crisi non si manifesta solo con l’aumento dei prezzi sugli scaffali dei supermercati. Al contrario, in molti casi parte da un crollo delle quotazioni riconosciute agli agricoltori, strette tra concorrenza estera, importazioni record e dinamiche speculative lungo la filiera.

Ortofrutta: prezzi crollati nei campi, rincari al dettaglio

In base ai dati diffusi durante la mobilitazione della Coldiretti a Bari e alle analisi di settore più recenti, sebbene i prezzi alla produzione siano in forte calo (in alcuni casi crollati), i prezzi al consumo rimangono elevati o continuano a salire, spinti da dinamiche speculative e costi di logistica. Il risultato è che il margine di guadagno per chi coltiva la terra si assottiglia, mettendo a rischio la sopravvivenza di intere aziende agricole. Questa distorsione economica crea un divario sempre più profondo tra i prezzi alla produzione e quelli al supermercato, penalizzando simultaneamente gli anelli estremi della catena, ovvero: l’agricoltore e il cittadino.

Per esempio, il prezzo pagato agli agricoltori per i carciofi è sceso fino a 0,05 euro al pezzo, mentre al supermercato il prezzo per il consumatore si aggira intorno a 1,50 euro al pezzo. Questo significa che il prezzo finale è 30 volte superiore a quello d’origine. Si registrano cali dei prezzi nei campi anche per quanto riguarda i broccoli (-25% alla produzione), finocchi (-21%), biete (-18%). E andamenti simili sono stati registrati per clementine, sedani e patate.

Perché i prodotti al supermercato costano di più?

L’aumento dei prezzi al consumo nel comparto ortofrutticolo, a fronte di quotazioni nei campi spesso irrisorie, è il risultato di una stratificazione di costi e dinamiche che si accumulano lungo il passaggio dal campo allo scaffale. Tra il momento della raccolta e l’acquisto da parte del consumatore, il prodotto attraversa numerosi passaggi (logistica, stoccaggio, confezionamento, distribuzione). Ogni passaggio aggiunge un margine di costo che non remunera l’agricoltore, ma serve a coprire trasporti, utenze (principalmente consumi elettrici), costo dei materiali e imballaggi.

Inoltre, bisogna considerare che la grande distribuzione organizzata (GDO) detiene un forte potere negoziale. Questo permette di imporre prezzi d’acquisto molto bassi ai produttori (come il caso dei carciofi a 5 centesimi al pezzo) per proteggere i margini di profitto. Persino quando c’è un afflusso massiccio di prodotti dall’estero (come il +30% di carciofi dall’Egitto nel 2025, fonte Ismea), anche se il mercato diventa saturo e spinge al ribasso i prezzi pagati agli agricoltori italiani, il consumatore finale spesso non beneficia di questo risparmio. Il prodotto importato viene infatti venduto a prezzi simili a quello nazionale, massimizzando il profitto dei distributori ma deprimendo il reddito agricolo interno.

In molti casi, i prezzi dei prodotti ortofrutticoli sono influenzati da manovre speculative che non rispondono alla reale legge della domanda e dell’offerta. Il prodotto viene pagato poco nei momenti di massima raccolta per poi essere rivenduto con rincari che, in media, superano il 300% dal campo alla tavola. La crisi dell’ortofrutta e delle materie prime agricole non è dunque solo una questione di rincari, ma di equilibrio dell’intera filiera agroalimentare.

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