Pnrr, speso solo il 13% per il lavoro: 6 bandi su 10 non rispettano quote giovani e donne

Pnrr e Lavoro: solo il 13% della spesa per le politiche attive. Criticità maggiori per le quote di giovani e donne nei bandi pubblici

Pubblicato:

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Secondo il recente rapporto elaborato da Assonime e Fondazione Openpolis, lo stato di attuazione delle misure Pnrr dedicate all’occupazione evidenzia ritardi significativi nella spesa e criticità strutturali, in particolare sul rispetto delle quote destinate a giovani e donne.

Pnrr e investimenti per il lavoro: come sono distribuite le risorse

Il rapporto analizza un pacchetto di misure per un valore complessivo di 10,3 miliardi di euro. Le risorse sono così distribuite:

Per quanto riguarda in particolare gli interventi rivolti all’occupazione e alla riqualificazione professionale, questi avrebbero dovuto concentrarsi sul potenziamento di programmi come Gol per l’inserimento dei lavoratori e a sostenere la partecipazione femminile al mercato del lavoro, attraverso il potenziamento dei servizi educativi e di cura.

Spesa ferma al 13%, il ritardo delle politiche attive

Tuttavia, l’avanzamento della spesa effettiva per tali interventi risulta ancora sensibilmente inferiore alle proiezioni iniziali, evidenziando una difficoltà nel tradurre le allocazioni finanziarie in impatti occupazionali tangibili.

Da quello che è emerso, dalla fine di ottobre 2025 risultavano spesi poco più di 550 milioni su 4,6 miliardi per le politiche attive del lavoro, pari ad appena il 13% delle risorse disponibili. Tra i principali fattori di rallentamento, c’è la difficoltà nella progettazione degli interventi e nella gestione dei bandi, sia per via della complessità nella rendicontazione delle spese sia per lo
scarso coordinamento tra livelli istituzionali.

Il nodo dei bandi: quote donne e giovani disattese

Un altro elemento critico riguarda il rispetto delle clausole sociali previste dal Pnrr. La normativa impone, nei bandi pubblici, una quota minima del 30% di assunzioni riservate a giovani e donne. Tuttavia, il rapporto evidenzia che il 64% dei bandi analizzati – più di 6 su 10 – non rispetta questo vincolo. La mancata applicazione delle quote è in questo caso resa possibile dal ricorso a diverse deroghe normative.

La deroga più comune, che permette di non rispettare le quote di donne e giovani, viene applicata quando la tipologia di prestazione richiesta dal bando è ritenuta tecnicamente incompatibile con il reclutamento di quote specifiche. Inoltre, le stazioni appaltanti possono derogare all’obbligo se dimostrano che l’applicazione della clausola del 30% pregiudicherebbe la celerità o l’economicità dell’esecuzione del progetto. Dato che il Pnrr impone scadenze tassative, la difficoltà nel reperire personale qualificato appartenente alle categorie protette viene spesso usata come motivazione per evitare ritardi nelle opere.

Infine, in molti casi la deroga è giustificata dalle dimensioni ridotte dell’appalto o dell’impresa aggiudicataria. Se l’incremento occupazionale previsto per il progetto è minimo (ad esempio, l’assunzione di una sola unità), risulta matematicamente o operativamente complesso garantire il rispetto proporzionale delle quote.

Il Nord più avanti del Sud

Il rapporto evidenzia poi una distribuzione territoriale disomogenea. Le regioni del Nord risultano più attrezzate e performanti, mentre il Sud sconta ritardi strutturali. Questo squilibrio rischia di amplificare i divari già esistenti nel mercato del lavoro italiano.

La bassa percentuale di spesa (13%) e l’elevata quota di bandi che non rispettano gli obblighi su giovani e donne (64%) indicano che il sistema necessita di interventi correttivi urgenti. Nel complesso, infatti, l’analisi mette in evidenza anche questa volta che il problema del Pnrr sul lavoro non è tanto la mancanza di risorse, quanto la capacità di attuazione. Da quello che è emerso, le difficoltà riguardano in particolare la governance multilivello, la capacità amministrativa degli enti locali e il coordinamento tra politiche formative e mercato del lavoro.

 

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