Contributi Inps non versati, la Cassazione chiarisce cosa rischiano dipendenti e aziende

Con la sentenza 24749/2026 la Cassazione chiarisce che il lavoratore deve agire contro il datore e non contro l'Inps: quali tutele restano

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Claudio Garau

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Nel sistema previdenziale italiano l’obbligo di versare i contributi all’Inps grava, in via generale, sul datore di lavoro. Il dipendente, pur essendo il beneficiario della relativa tutela previdenziale, non è quindi il soggetto tenuto materialmente all’adempimento contributivo.

Ma cosa può fare quest’ultimo quando scopre che i contributi dovuti non sono stati versati? E cosa succede se, nel frattempo, è trascorso tanto tempo da rendere prescritto il diritto dell’Inps a recuperare quelle somme?

Lo chiarisce la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza 24749/2026, confermando che il lavoratore non può agire direttamente contro l’ente previdenziale per ottenere la regolarizzazione della propria posizione contributiva.

Il caso concreto all’attenzione della Cassazione

La controversia è nata da un accertamento ispettivo dell’Inps relativo a un rapporto lavorativo tra un lavoratore e una società cooperativa, in poco più di sei anni.

A seguito dei controlli, l’istituto aveva contestato l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l’uomo aveva così avviato una causa chiedendo di accertare l’illegittimità del provvedimento dell’ente e la tutela previdenziale collegata all’attività lavorativa svolta.

Per ottenere il riconoscimento del diritto all’accredito dei contributi, il lavoratore aveva però citato in giudizio soltanto l’Inps, senza chiamare in causa la parte datoriale.

Dopo un primo grado favorevole, in cui il Tribunale competente aveva accolto la domanda e riconosciuto il diritto dell’uomo alla tutela previdenziale, in appello il ribaltamento della decisione. Un simile accertamento — spiegava la Corte territoriale — non poteva compiersi senza la partecipazione del datore di lavoro.

Il dipendente ha così fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il mancato coinvolgimento in causa del datore non avrebbe impedito al giudice di pronunciarsi sulla tutela previdenziale richiesta ai fini della pensione.

Il lavoratore non può chiedere all’Inps di regolarizzare i contributi

La Suprema Corte ha esaminato le lamentele del lavoratore e le ha ritenute infondate, confermando la correttezza logico-giuridica della decisione della Corte d’Appello.

In materia c’è un precedente giurisprudenziale della Cassazione (sentenza 701/2024), che la stessa Corte ha qui richiamato: quando l’azienda non versa i contributi dovuti, non è possibile rivolgersi direttamente all’Inps per forzare quest’ultimo a regolarizzare la posizione contributiva.

Il principio resta in piedi anche se il lavoratore ha denunciato all’Inps un’omissione contributiva e l’istituto non ha provveduto tempestivamente al recupero delle somme, fino alla prescrizione del relativo credito contributivo.

La ragione è logica, essendo legata alla titolarità dell’obbligazione contributiva: il rapporto previdenziale intercorre tra il datore — soggetto obbligato — e l’ente previdenziale. Non è quindi possibile ottenere, attraverso una causa instaurata esclusivamente contro l’Inps, un accertamento che richiede necessariamente di stabilire quale soggetto fosse tenuto al versamento.

Quando deve essere coinvolto il datore di lavoro

La necessità di coinvolgere l’azienda emerge soprattutto quando la controversia riguarda l’esistenza, la natura o la configurazione del rapporto lavorativo.

Nel caso esaminato dalla Cassazione, la vicenda era nello specifico riconducibile alla disciplina della somministrazione di lavoro prevista dal d. lgs. 276/2003. Per questo motivo, secondo la Corte, il lavoratore avrebbe dovuto chiamare in giudizio i soggetti datoriali coinvolti, vale a dire il somministrante e, se necessario in relazione alla concreta configurazione del rapporto, l’utilizzatore.

È infatti nel contraddittorio con questi soggetti che deve essere verificato quale fosse effettivamente il rapporto di lavoro e, di conseguenza, chi fosse tenuto a versare i contributi previdenziali.

In breve: il datore non è un soggetto meramente eventuale. Anzi, la sua partecipazione in giudizio è necessaria quando l’accertamento richiesto incide direttamente sulla sua posizione e sull’individuazione dell’obbligato contributivo.

Qual è il ruolo dell’Inps nel processo

Questo non significa, tuttavia, che l’Inps non possa partecipare al giudizio. Secondo la Corte, il lavoratore può coinvolgere l’ente nel giudizio, insieme al datore, in modo che la decisione sull’esistenza del rapporto lavorativo e sugli obblighi contributivi produca effetti anche nei confronti dell’istituto.

In sostanza, bisogna distinguere due piani:

Nel caso esaminato, il lavoratore non aveva seguito questa impostazione processuale, avendo citato esclusivamente l’Inps. Per questo il suo ricorso è stato bocciato.

Quali tutele restano al lavoratore

Rigetto della domanda non significa restare senza tutela, quando i contributi non sono stati versati e sono ormai prescritti. La Cassazione richiama in particolare due strumenti.

Il primo consiste nell’azione contro il datore di lavoro per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla perdita, totale o parziale, delle prestazioni previdenziali conseguente all’inadempimento contributivo (2116 c.c.).

Il secondo è rappresentato dalla possibilità di chiedere all’ente previdenziale la costituzione della rendita vitalizia reversibile prevista dalla legge 1338/1962. Si tratta dello strumento attraverso il quale, ricorrendone i presupposti, è possibile ottenere la copertura previdenziale relativa a contributi omessi e non più recuperabili, fornendo la prova dell’esistenza del rapporto lavorativo e della relativa retribuzione.

Le due forme di tutela operano nel quadro delineato dalle norme vigenti per far fronte alle conseguenze dell’omissione contributiva, anche quando il recupero dei contributi nei confronti del datore non sia più possibile.

Che cosa cambia

La materia dei contributi previdenziali è molto delicata e non di rado oggetto di aggiornamenti sulle regole. Si pensi ad esempio agli interessi e sanzioni sui ritardi più cari dal 16 settembre. La sentenza 24749/2026 della Cassazione ribadisce un preciso principio giurisprudenziale: il lavoratore non può trasformare l’Inps nel soggetto contro il quale chiedere direttamente la regolarizzazione dei contributi omessi dal datore di lavoro.

Quando è necessario accertare l’esistenza del rapporto, la sua natura o l’identità del soggetto obbligato al versamento, il giudizio deve coinvolgere la parte datoriale interessata. L’Inps potrà essere coinvolto per rendergli opponibile la decisione relativa alla specifica pretesa contributiva oggetto del giudizio.

In definitiva, impostare la causa esclusivamente contro l’Inps può portare alla bocciatura della domanda e costringere il lavoratore, a seconda delle circostanze processuali, a promuovere una nuova azione nei confronti del datore di lavoro, con possibili ulteriori costi e ritardi.

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