L’Europa è pronta a dire stop alla fast fashion. Nel tempo si sono susseguite iniziative e proposte, discusse e in alcuni casi già attuate, contro una moda usa e getta, in buona parte proveniente dai mercati asiatici. Proprio tra queste tante iniziative arrivano le regole che vietano la distruzione dei vestiti invenduti.
Le nuove regole vengono descritte come un vero e proprio cambio di paradigma per l’industria della moda: meno sprechi, più circolarità e maggiore trasparenza. La stessa Commissione, infatti, aveva stimato come il settore fast fashion arrivi a eliminare tra il 4% e il 9% dei tessili invenduti. Non è soltanto una questione di quanto costi un capo in acqua, energia, materia prima e lavoro, ma anche di come vengono distrutti questi capi, disperdendo le risorse consumate.
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Vestiti invenduti: milioni di articoli per milioni di euro
I dati sui capi invenduti sono piuttosto preoccupanti. Nella sola Europa si stima che dal 4% al 9% dei prodotti tessili invenduti venga distrutto ancora prima di essere indossato. Si tratta di una percentuale difficile da focalizzare, ma che arriva a generare circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. La stessa cifra dell’intera Svezia in un anno.
Ma non è solo questo numero a decretare la necessità di agire: a livello globale ormai si producono circa 100 miliardi di capi all’anno, ma ci sono stati anche picchi di oltre 150 miliardi. Entro il 2030, secondo le stime della Commissione, i capi prodotti potrebbero raddoppiare, toccando i 200-300 miliardi di vestiti in un solo anno.
I numeri del rapporto capi prodotti e popolazione lasciano intendere che non ci siano abbastanza persone per indossare tutti questi abiti. E anzi, secondo le stime, con i vestiti che produciamo ogni anno potremmo vestire sei generazioni a venire.
Il problema non è solo che vengono prodotti e messi da parte, ma che restano invenduti e bruciati o gettati in discarica. Si parla di 100 milioni di tonnellate l’anno destinate alle discariche e solo la Francia distrugge ogni anno un valore di 630 milioni di euro di prodotti invenduti e mai indossati.
La stretta europea: misure per il riuso e il riciclo
La Commissione Europea a febbraio ha annunciato una stretta contro lo spreco del settore tessile. Sono state attivate le disposizioni del Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili. Questa è pensata per fermare la distruzione degli abiti, ma anche degli accessori e delle calzature rimaste invendute.
Sulla carta, il pacchetto punta a favorire il riuso e il riciclo, di conseguenza ridurre l’impatto ambientale del settore. L’iniziativa fa parte di una più ampia progettazione verso la transizione a un’economia circolare e il settore tessile, tra i più esposti alle critiche per l’elevato impatto ambientale, è protagonista di questo cambio di paradigma.
Il divieto di distruzione per le grandi imprese scatta dal 19 luglio 2026. Le medie imprese hanno invece più tempo per adeguarsi al nuovo regolamento, in ogni caso entro il 2030.
La distruzione sarà ancora ammessa
Il regolamento permette ancora la distruzione degli abiti, ma circoscrivendo le situazioni a quelle strettamente necessarie. Il settore tessile è infatti chiamato a rispondere alle esigenze dei consumatori, che cercano con attenzione la sostenibilità e guardano con occhio critico la distruzione, spesso attraverso inceneritori o discariche, delle eccedenze.
Certo, il regolamento permette ancora la distruzione dei prodotti, ma solo quando necessario. È, per esempio, permesso per motivi legati alla sicurezza o nel caso di articoli danneggiati e impossibilitati a tornare nell’economia. Spetta all’azienda la responsabilità di comunicare in modo chiaro i quantitativi di beni invenduti: quelli eliminati e quelli rimessi sul mercato.
Si chiede alle aziende di essere più trasparenti e vicine alla tematica ambientale. In tutti i casi “non necessari” di distruzione, le aziende dovranno trovare alternative sostenibili. Si discute di: rivendita, ricondizionamento, donazione e riutilizzo.