Conferenza di Santa Marta per l’uscita globale dal fossile: a che punto è l’Italia

Dal 24 al 29 aprile a Santa Marta, in Colombia, si tengono i lavori preparatori alla Cop del 2026, dedicata all'uscita globale dal fossile

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Nel pieno di una nuova fase di instabilità energetica globale, dalla crisi dei prezzi alle tensioni geopolitiche, la transizione dai combustibili fossili torna al centro del dibattito internazionale. Ma questa volta lo fa fuori dai tradizionali tavoli Onu.

Dal 24 al 29 aprile 2026 a Santa Marta, in Colombia, si tiene la prima conferenza globale stavolta interamente dedicata all’uscita da carbone, petrolio e gas. Un appuntamento che nasce proprio dallo stallo della Cop di Dubai e di Belém e dalla difficoltà di tradurre gli impegni presi in azioni concrete.

Una Conferenza fuori dall’Onu

A differenza delle precedenti conferenze sul clima, Santa Marta non punta a produrre un accordo vincolante. L’obiettivo è di creare uno spazio di riflessione, in cui Paesi, società civile, comunità locali e mondo accademico possano confrontarsi apertamente su una domanda urgente: come uscire davvero dai combustibili fossili.

Non a caso, l’evento riunisce oltre 50 Paesi e una “coalizione dei volenterosi” che vogliono accelerare la transizione energetica, superando le rigidità negoziali che frenano i progressi globali.

Il risultato non sarà né l’istituzione dell’ennesimo organo di controllo né un manifesto politico. La massiccia presenza di accademici, comunità indigene e parti sociali rendono una serie di priorità e indicazioni operative, che possano alimentare i prossimi negoziati internazionali.

Uscire dai fossili senza rischiare una recessione economica

La transizione ecologica non è solo una questione ambientale, ma anche economica e sociale. Questa tesi è ormai un fatto, dato che gli effetti dell’inquinamento e del cambiamento climatico li stiamo pagando tutti, anche se non in egual misura.

Allo stesso modo l’uscita dal fossile – materia prima coinvolta in molti aspetti del quotidiano, dalla mobilità alla conservazione degli alimenti –  peserà in maniera diversa a seconda dei Paesi. Alcuni non sono solo dipendenti dal punto di vista energetico, ma basano una parte rilevante del proprio Pil sull’estrazione e l’esportazione. Per questo motivo, il percorso di uscita richiede una pianificazione strategica sulla

Non è un caso che tra i temi chiave del summit ci siano proprio il finanziamento della transizione e la riduzione della dipendenza economica dai fossili.

Perché anche in guerra bisogna parlare di clima

Se da un lato il contesto globale sembra il peggiore possibile per parlare di transizione, dall’altro è proprio l’attuale situazione geopolitica a rendere evidente la fragilità del sistema attuale. La crisi economica che deriva dalla chiusura dello Stretto di Hormuz è considerata dall’Aie la peggiore da decenni, in grado di superare quella degli anni ’70.

Le tensioni internazionali e i rincari delle materie prime hanno mostrato quanto sia rischioso dipendere da fonti fossili, sia in termini economici che sociali. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico continua ad accelerare, spinto in gran parte proprio da carbone, petrolio e gas.

In questo scenario, Santa Marta si inserisce come un’occasione per mettere insieme intelligenze e forze con il fine di rendere i sistemi energetici di tutti i Paesi più resilienti e meno esposti agli shock globali.

Qual è il ruolo dell’Italia

Nel corso del 2025, l’Italia ha messo in esercizio circa 7,2 GW di capacità rinnovabile, corrispondente al 30% dell’obiettivo 2023–2030, di cui la maggior parte da fotovoltaico. Nonostante abbia ridotto le emissioni del 30% rispetto al 1990, resta tra i Paesi europei più dipendenti dal gas, quasi interamente importato: solo il 5% è prodotto su suolo nazionale, mentre il 63% ci raggiunge tramite gasdotto e il 32% gnl.

La proroga dell’uscita dal carbone alle misure di riduzione delle tasse di emissione per i fornitori di gas e alla riduzione temporanea delle accise sui carburanti rischiano di consolidare la dipendenza, andando a catalogare il gas come una fonte ecosostenibile quando dovrebbe essere considerata una fonte di transizione.

Inoltre, le strategie di Eni e Snam continuano a prevedere pianificazioni di investimenti in nuove infrastrutture gas. L’aggiornamento del Pniec 2024 non riporta una strategia credibile di fuoriuscita da petrolio e gas.

Affinché il tema della transizione venga affrontato in modo serio e urgente l’Italia dovrebbe:

Cina sostituisce gli Usa come leader della transizione

Uno degli aspetti più delicati riguarda gli equilibri geopolitici. Grandi attori come Stati Uniti e Cina non sono protagonisti diretti del summit, ma restano fondamentali. In particolare, Pechino sembra sempre più interessata a giocare un ruolo di leadership nella transizione, vista l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi.

Come costruire una coalizione globale

Il messaggio che ci si augura arrivi da Santa Marta è che la transizione energetica non sia una gara tra Paesi, ma un processo collettivo. Il clima non conosce confini e non può essere affrontato da singoli Stati. «Serve un approccio scientifico e multilaterale, capace di tenere insieme esigenze economiche, sociali e ambientali – ha dichiarato il 23 aprile Francesco Corvaro, inviato speciale dell’Italia a Santa Marta, ai microfoni di Ecco, think tank per il cambiamento climatico – Nella lotta al cambiamento climatico non vince chi arriva primo, ma chi riesce a costruire la coalizione più ampia possibile».

Sembra legittimo chiedersi come sia possibile sanare la patente contraddizione tra durezza e incontrovertibilità del dato scientifico con la costruzione di un campo d’intesa larghissimo, in nome di una cooperazione globale in cui l’obiettivo non è meramente ecologico ma di giustizia sociale e insieme climatica.

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