Case Green, l’Ue apre una procedura d’infrazione contro Italia e tutti i 27 Stati membri

Bruxelles avvia la procedura d'infrazione per il mancato recepimento della direttiva EPBD. Ecco cosa cambia e quali rischi corre l'Italia

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

La Commissione Europea mette in riga tutti i 27 Stati membri, Italia inclusa, aprendo una procedura d’infrazione riguardo la direttiva europea sulle “Case Green”. Il motivo è il mancato recepimento entro i termini previsti della normativa sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), approvata nel 2024 e considerata uno dei capisaldi della strategia europea per la transizione ecologica.

Perché scatta l’infrazione

La scadenza per notificare il recepimento della direttiva era fissata al 29 maggio 2026, ma nessun Paese ha completato il processo. Bruxelles ha quindi inviato le lettere di costituzione in mora, primo passo della procedura d’infrazione, concedendo due mesi di tempo per adeguarsi. Se le risposte non saranno soddisfacenti, si passerà alla fase successiva con un parere motivato, fino ad arrivare al deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione europea e a possibili sanzioni economiche.

Quello che però colpisce è che per la prima volta l’intero blocco europeo si trova contemporaneamente sotto infrazione su una direttiva approvata con il consenso degli stessi governi nazionali. Seppur votata e approvata, questa non è semplice da attuare, visti gli edifici vetusti che ci sono in Europa, Italia compresa.

Cosa prevede la direttiva Case Green

La normativa punta a rendere il patrimonio edilizio europeo a emissioni zero entro il 2050. Tra gli obiettivi principali:

Gli edifici, infatti, rappresentano oggi il principale consumatore di energia nell’Unione europea, con un tasso di ristrutturazione annuo fermo intorno all’1%. Accelerare su questo fronte è considerato essenziale non solo per il clima, ma anche per ridurre le bollette e la dipendenza energetica dall’estero, tema tornato centrale anche alla luce delle recenti tensioni geopolitiche.

La posizione dell’Italia

L’Italia si trova in una situazione complessa. Il Paese non ha ancora presentato un piano completo di attuazione, mentre Francia, Spagna e Germania hanno già avviato strumenti e programmi nazionali per l’applicazione della direttiva.

Ma è innegabile che in Italia siano stati raggiunti dei risultati negli ultimi anni grazie ai bonus edilizi. Secondo i dati pubblicati da Nomisma nel 2025, il 56% degli obiettivi al 2030 sarebbe già stato raggiunto, mentre le emissioni di CO2 degli edifici sono diminuite del 14% in sei anni. Anche i consumi energetici hanno registrato un calo, seppur ancora insufficiente rispetto ai target europei: dal 2020 la riduzione si attesta intorno al 2%, ma sarà necessario un ulteriore taglio dell’1,6% nei prossimi anni.

Nonostante questi dati positivi, resta però il fatto che raggiungere gli obiettivi della direttiva non è semplice. Lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha sottolineato come gli obiettivi temporali della normativa, in particolare quelli per gli edifici residenziali esistenti, siano difficili da raggiungere. Il ministro, in una nota del Mase risalente a marzo 2023, spiegò:

Non mettiamo in discussione gli obiettivi ambientali di decarbonizzazione e di riqualificazione del patrimonio edilizio, che restano fondamentali. Manca però in questo testo una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicata visione della casa come ‘bene rifugio’ delle famiglie italiane

Il nodo dei costi

Il punto critico resta quello delle risorse economiche. Per centrare gli obiettivi fissati dalla direttiva, l’Italia dovrebbe investire circa 17 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Significa una spesa media di circa 25mila euro per intervento su una quota pari al 10% degli edifici.

Una cifra che solleva interrogativi su chi dovrà sostenere il peso della transizione. Le opzioni sul tavolo includono:

Le prossime mosse

Nei prossimi due mesi gli Stati membri dovranno quindi fornire risposte concrete alla Commissione, accelerando sul recepimento della direttiva o negoziando eventuali correttivi. Non è escluso, alla luce del ritardo generalizzato, che Bruxelles possa valutare modifiche o maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme.

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