L’Irpef è stato un ammortizzatore sociale per trent’anni, ma non basta più a salvare gli stipendi

Mentre in Europa gli stipendi crescono, in Italia sono scesi del 6,6% per moltissimi lavoratori dipendenti

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Gli stipendi degli italiani sono fermi da trent’anni. Anzi, secondo la più recente nota dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, le retribuzioni lorde medie dei lavoratori dipendenti si sono ridotte del 6,6%, se si considera anche l’impatto dell’inflazione.

Mentre in Europa il generale potere d’acquisto dei contribuenti è aumentato, in Italia è stagnante da più di una generazione. Pagano il prezzo più alto in termini di adattamento al costo della vita le fasce di reddito più basse, quelle dei lavori meno qualificati. Secondo l’organo indipendente, impegnato a valutare la funzione e l’efficienza degli strumenti di fiscalità, è finito il tempo in cui si può ancora utilizzare l’Irpef come ammortizzatore sociale.

Per trent’anni l’Irpef ha protetto i redditi più bassi

Dagli anni Novanta si ritocca l’Irpef per cercare di redistribuire ricchezza. L’imposta sul reddito è stata nel tempo alleggerita per chi guadagnava troppo poco. In questa tassa è sopravvissuto, in parte, il principio di progressività della tassazione. Nonostante sia obbligatoria per ogni lavoratore, la revisione continua della misurazione delle aliquote, da un lato, e del suo calcolo al netto di ulteriori agevolazioni fiscali, dall’altro, è riuscita ad alleggerire la pressione fiscale sugli stipendi troppo bassi.

Dal cosiddetto bonus Renzi fino agli interventi più recenti, i Governi che si sono succeduti hanno ritoccato l’imposta raddoppiandone l’indice di ridistribuzione. In questo modo, però, il carico fiscale sui redditi più alti è aumentato.

Perché rimodulare l’Irpef rischia di non funzionare più

La nota dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha individuato tre fattori all’origine delle contrazioni degli stipendi lordi dei lavoratori dipendenti, soprattutto quelli del settore privato.

La diffusione del part-time, spesso involontario per gran parte del personale impiegato, ha ridotto l’ammontare complessivo delle ore lavorate, abbassando così la retribuzione media annua.

In secondo luogo, si punta il dito contro quelle forme contrattuali che mascherano la precarietà con la flessibilità.

Infine, c’è la questione di lavori considerati poco produttivi, ossia che impattano poco sul Pil della nazione. Di fatto, la maggior parte degli impieghi che orbitano intorno ai servizi alla persona e al turismo, per quanto occupino una porzione importante dell’economia italiana, non riescono ad essere competitivi rispetto ad altri settori, se si considera il valore aggiunto per ora lavorata. Cosa che tiene in vita la contraddizione di un’industria italiana in crescita non grazie ai consumi, ma agli investimenti.

Esauriti i margini fiscali, restano le riforme strutturali

Secondo l’Upb ritoccare le aliquote dell’Irpef non porterà a nulla in un contesto di finanza pubblica caratterizzato dai nuovi vincoli del Patto di Stabilità e da un debito elevato.

Ridurre ancora l’imposta sul reddito della persona fisica per i ceti meno abbienti rischia di azzerare la base imponibile di milioni di contribuenti, senza risolvere il problema delle ore lavorate (non abbastanza), poco pagate e non in grado di generare sufficiente ricchezza.

Chiusa la strada dell’Irpef, resta quella delle cosiddette riforme strutturali, qualsiasi cosa voglia dire. Per l’Ufficio presieduto da Lilia Cavallari si tratta di:

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