Controlli sui conti correnti, la Cassazione impone nuovi limiti agli accertamenti del Fisco

La Cassazione stabilisce che l'autorizzazione alle indagini bancarie del Fisco deve contenere motivazioni, oggetto e limiti dell'accesso

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

La Sezione Tributaria della Corte di Cassazione pone un freno alle indagini del Fisco sui conti correnti.

Con le ordinanze n. 19956 e n. 19960, la Suprema Corte ha modificato l’orientamento seguito finora, stabilendo che l’autorizzazione necessaria per accedere ai dati bancari non può essere considerata un semplice atto amministrativo.

Controlli sui conti correnti più difficili

La maggiore tutela è determinata dal fatto che i controlli sui conti correnti vanno a toccare informazioni riservate dell’individuo.

Le informazioni ricavate dalle banche sono considerate dati personali, anche quando riguardano attività economiche, professionali o imprenditoriali. E come tali sono soggette a una tutela della privacy particolare.

Secondo la Cassazione, l’autorizzazione deve contenere elementi sufficienti a consentire una verifica della legittimità dell’accesso ai dati del contribuente. In particolare devono essere indicati i presupposti dell’indagine, il suo oggetto e i limiti entro i quali può essere svolta.

In estrema sintesi, la Cassazione non mette in discussione il potere del Fisco di acquisire informazioni dai conti correnti: il potere viene riconosciuto con la sentenza n. 260 del 2000.

La novità riguarda le modalità con cui tale potere viene esercitato: l’autorizzazione preventiva non può essere generica, ma deve essere sufficientemente motivata, così da permettere al giudice di controllarne la correttezza qualora il contribuente presenti una contestazione.

Per usare le parole della Cassazione, si rende necessario

un contenuto minimo idoneo a rendere verificabili anche ex post, i presupposti, l’oggetto e i limiti dell’ingerenza nei dati bancari del contribuente.

E dunque, scrive ancora la Cassazione,

ne consegue che, ove l’autorizzazione a seguito di specifica contestazione del contribuente, risulti mancante o inidonea, la documentazione bancaria acquisita è inutilizzabile, in quanto l’avviso di accertamento è invalido per la parte in cui la pretesa impositiva si fondi su di essa.

L’eventuale irregolarità dei controlli, viene scritto, si inserisce

nella fase preliminare dell’atto impositivo, per cui necessariamente si riverbera sull’atto che la conclude determinando, come conseguenza, l’inutilizzabilità delle risultanze acquisite.

Tutela alla riservatezza

Nelle ordinanze si fa riferimento anche alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Per i giudici europei, i dati relativi ai redditi, al patrimonio e alle disponibilità finanziarie rientrano nella vita privata della persona. L’accesso ai movimenti bancari costituisce quindi un’interferenza che può essere giustificata soltanto in presenza di adeguate garanzie e di un controllo effettivo sulla legittimità dell’intervento.

Proprio per questo la Cassazione ritiene necessario che l’autorizzazione al controllo fiscale sia rilasciata prima della richiesta alle banche e che contenga informazioni idonee a verificarne la correttezza.

Eccezioni

La Cassazione precisa comunque che non tutte le irregolarità formali possono determinare in automatico l’illegittimità dell’accertamento fiscale.

L’eventuale invalidità dell’accertamento potrà riguardare soltanto la parte fondata sulle informazioni acquisite in modo non conforme, purché il contribuente abbia contestato tempestivamente la legittimità dell’autorizzazione, anche alla luce della riforma dello Statuto dei diritti del contribuente introdotta nel 2023 (legge n. 212 del 2000). Gli effetti dovranno in ogni caso essere valutati caso per caso.

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