Accordo Usa-Iran su Hormuz, le varie posizioni da Trump a Teheran e l’Ue: cosa sappiamo

A che punto è l'intesa annunciata come imminente da Trump e "raffreddata" da Rubio. Cosa vogliono davvero le parti coinvolte e cosa prevede la bozza di accordo

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

La guerra in Medio Oriente non sarà risolta da un accordo. Fatta questa necessaria premessa, negli ultimi giorni gli Usa di Donald Trump hanno accelerato per concludere un’intesa con l’Iran, annunciandone l’imminente finalizzazione. Dall’altra parte, Teheran non ci sta affatto a dirsi d’accordo con Washington, perché gli interessi strategici dei due Paesi non potrebbero essere più opposti.

I negoziati coinvolgono però anche altri soggetti. Israele in primis che, qualunque sia l’esito, proseguirà nella sua offensiva nell’estero vicino, a partire dal Libano. Poi l’Unione europea e i Paesi arabi, la prima colpita dal blocco commerciale ed energetico e i secondi dai missili. Infine la Cina, checché se ne dica assai soddisfatta dalle difficoltà che il conflitto produce per gli Stati Uniti.

Cosa prevede l’accordo (che non c’è) in 14 punti

Innanzitutto è bene precisare la natura dell’accordo annunciato come da firmare domenica, ma che come prevedibile richiederà ancora giorni e attacchi reciproci. Si tratta di un Memorandum d’intesa (Mou) della durata di 60 giorni, prorogabile di comune intesa. Di fatto parliamo di una tipologia di cessate il fuoco ampiamente infrangibile che, come sottolineato dagli stessi pasdaran, fungerà da base per successive trattative.

In soldoni: basandosi su un cessate il fuoco temporaneo, Washington e Teheran concorderebbero la riapertura dello Stretto di Hormuz. In questo modo l’Iran potrebbe vendere liberamente il petrolio e, in cambio, porterebbe avanti negoziati per limitare il proprio programma nucleare. A latere, le monarchie arabe ricostruirebbero la propria deterrenza e le infrastrutture devastate dai bombardamenti.

L’accordo eviterebbe così un’ulteriore escalation della guerra e ridurrebbe al contempo la pressione sull’offerta globale di petrolio. Una misura necessaria nel presente, purtroppo senza alcuna possibilità di trasformarsi in una pace duratura. I (confusi e incompleti) 14 punti del memorandum potrebbero essere riassunti nelle seguenti tre questioni:

Stati Uniti

Senza girarci troppo intorno, gli Usa stanno perdendo una guerra che non hanno mai dichiarato e nella quale sono stati trascinati da Israele. Come nella cosiddetta “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, neanche con l’ultima escalation sono riusciti a soffocare la corsa nucleare né la struttura balistica della Repubblica Islamica.

Si tratta esattamente dei due obiettivi strategici irrinunciabili per gli Usa. Se Teheran dovesse arricchire l’uranio fino a ottenere la bomba atomica, diventerebbe istantaneamente inattaccabile e aspirante all’egemonia nel Medio Oriente. A danno di Israele, al momento unica potenza nucleare della regione e baluardo dell’impero americano nella normalizzazione dei rapporti con Arabia Saudita e Paesi del Golfo.

Detto tutto questo, l’accordo in questione è fortemente sponsorizzato dall’amministrazione Trump, in special modo dal Segretario di Stato (ossia il vero decisore della politica estera americana) Marco Rubio. Il quale ha confermato che per l’intesa con l’Iran serviranno ancora diversi giorni. Gli Usa hanno bisogno di tirarsi fuori dal pantano persiano perché sono stanchi, sovraesposti e distratti dal quadrante più importante nella loro visione del pianeta: l’Indopacifico e il contenimento marittimo della Cina.

Gli Stati Uniti hanno imposto il blocco ai porti iraniani dal 13 aprile, in risposta alle misure di controllo del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz adottate da Teheran. Una mossa inevitabilmente a scadenza, poiché Washington ha necessità impellente di tornare padrone e difensore della globalizzazione, cioè del controllo degli stretti marittimi e, dunque, degli oceani.

La tensione estrema sfocia nell’alternanza tra annunci di distensione e minacce militari. Lo stesso Donald Trump ha detto che un patto sarà siglato con l’Iran solo se “otterremo tutto ciò che vogliamo”. Altrimenti “potrebbe decidere se riprendere la guerra”.

ANSA
La vignetta sugli “Stati Uniti in Medio Oriente” pubblicata da Trump sui social, con l’Iran inglobato nella sfera d’influenza americana

Iran

Gli obiettivi strategici dell’Iran sono esattamente contrari a quelli statunitensi: ottenere l’ordigno atomico, ripristinare la capacità missilistica a medio-lungo raggio e puntellare la propria sfera d’influenza in Medio Oriente, pesantemente danneggiata da Israele dal 2023 a oggi.

Il petrolio è uno scopo collaterale, scambiato per primario. I proventi derivanti dalla vendita del greggio sono sicuramente importanti per Teheran, ma non per mantenere benessere o welfare: è destinato a investire nelle forze militari e nella corsa nucleare.

Una delegazione iraniana, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf, si è recata in Qatar lunedì per colloqui. Il mese scorso lo stesso funzionario aveva guidato i colloqui con il vicepresidente americano JD Vance in Pakistan. Il risultato era stato lo stesso di questi giorni: lo stallo.

Il regime sciita chiede infatti lo sblocco immediato dei fondi e la revoca permanente delle sanzioni, ma gli Stati Uniti hanno affermato che ciò sarebbe avvenuto solo dopo che fossero state fatte concessioni concrete. Che Teheran non può e non vuole fare. Hossein Nooshabadi, un alto funzionario del ministero degli Esteri, ha ben riassunto le richieste inalienabili della Repubblica Islamica:

Israele

La vera incognita dell’intesa è Israele, che per strategia vede nell’Iran il rivale esistenziale. Un nemico anche necessario, senza il quale non riuscirebbe a vendersi come ombrello protettore ai Paesi arabi. I quali, viste le grandi difficoltà belliche e politiche dello Stato ebraico dal 2023 in poi, hanno orientato il loro sguardo geopolitico altrove. Pakistan e Cina, potenze nucleari, in primis.

L’obiettivo di Israele è aumentare la profondità difensiva e controllare l’estero vicino. Il che spiega l’odierna offensiva di terra nel sud del Libano, con raid sulle strutture di Hezbollah e scontri a fuoco ravvicinati con i miliziani sciiti sostenuti da Teheran. Da qui la giustificazione di “autodifesa” offerta dagli Usa per descrivere il bombardamento di un sito per il lancio di missili nel sud dell’Iran.

Israele versa in una profonda crisi interna, aggravata da una demografia che non consente una guerra prolungata e da una percezione mediatica che ne ha compromesso la credibilità internazionale. Ma Israele non può smettere di fare la guerra, in quanto esiste geopoliticamente per incutere timore (nucleare) nell’Iran. Per sentirsi al sicuro, lo Stato ebraico intende espandersi dal Mediterraneo alla Valle del Giordano, cioè da Gaza alla Cisgiordania e alla Giordania, passando per la Siria.

Unione europea

L’Unione europea resta a guardare. Al di là di qualunque opinione, non può fare altro per due motivi principali: è campo primario dell’impero americano e non rappresenta un soggetto geopolitico. Come per la questione del riarmo e dei dazi, Bruxelles deve conformarsi alla strategia statunitense. Al di là delle tensioni con Paesi come la Spagna e dei pronunciamenti dei leader, la basi militari in Europa sono sotto controllo americano e i cosiddetti Volenterosi devono concordare ogni mossa con Washington.

La Commissione Ue tifa per la fine delle ostilità e un accordo che sposi le aspettative americane, spaccandosi però sull’impegno pratico richiesto. Regno Unito e Francia tentano di colmare il vuoto percepito lasciato dagli Usa nel continente, rilanciandosi come baluardi dell’Occidente nel Golfo Persico. Di fatto la preoccupazione maggiore resta l’energia, che da Hormuz transita tuttavia in modesta parte verso l’Europa e in larghissima parte verso l’Asia.

In caso di negoziati Usa-Iran e del conseguente via libera di Washington, Londra e Parigi si attiverebbero immediatamente per mettere in pratica la missione di pacificazione nello Stretto di Hormuz. Il che placherebbe anche le tensioni fra Usa e membri della Nato in vista del vertice di Ankara dell’Alleanza. Altri Paesi come l’Italia resta a disposizione delle esigenze statunitensi, in dossier quali lo sminamento del Golfo e il supporto logistico attraverso il Mediterraneo.

Paesi arabi

Donald Trump ha dichiarato di aver avuto una “telefonata molto positiva” con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto e Bahrein riguardo a un “Memorandum d’intesa sulla pace”. Tradotto: il nulla, ma significativo. La posizione delle monarchie del Golfo si riflette nella volontà geopolitica americana. Quando Trump afferma che l’accordo “è in gran parte negoziato” coi Paesi arabi, vuol significare che Washington punta a ricondurre a sé tasselli fondamentali della globalizzazione.

Al di là della Turchia, Paese non arabo che appare come il vero “vincitore” della contesa israelo-iraniana, questa guerra ha allontanato le nazioni della Penisola Arabica dagli Stati Uniti. Poiché sono rimaste scioccate dal grado di protezione che Washington ha riservato a Israele contro droni e missili iraniani, nonostante i trilioni di dollari di investimenti provenienti dal Golfo verso l’America.

Gli Emirati Arabi Uniti, che secondo alcune fonti avevano esortato gli altri Paesi del Golfo a unirsi alla guerra contro l’Iran e avevano condotto i propri raid aerei, hanno appoggiato l’accordo di pace insieme a sauditi, Qatar, Giordania, Bahrein, Pakistan (impostosi come mediatore e aspirante ombrello nucleare per i Paesi arabi), Turchia ed Egitto. Il processo di costruzione del consenso regionale sembra aver in parte appianato l’aspra rivalità tra Abu Dhabi e Riad, con diverse telefonate tra i rispettivi governanti nelle ultime settimane.

Le conseguenze dell’escalation lasciano poche prospettive che altri Paesi aderiscano agli Accordi di Abramo, sponsorizzati dalla prima presidenza Trump per stabilire migliori relazioni tra Israele e monarchie del Golfo. Nonostante la richiesta del tycoon, avanzata lunedì, che tutti i Paesi coinvolti nei negoziati di pace vi aderiscano.

Quando Trump ha sfruttato la teleconferenza di sabato per esortare altri Stati a firmare, è stato accolto da un prolungato silenzio. Ciononostante la presenza statunitense in Medio Oriente, distribuita su oltre una dozzina di basi, resterà salda dal punto di vista militare.

Cina

E veniamo infine al convitato di pietra del conflitto mediorientale. La Cina è più che contenta di guardare il suo grande rivale impelagarsi in Iran, soprattutto se parte di uomini e mezzi militari vengono spostati dal nodo di Taiwan verso Hormuz. Il petrolio iraniano è davvero l’ultima delle questioni per Pechino, che negli anni ha diversificato le proprie fonti energetiche in auspicio di autosufficienza certificata dall’ultimo Piano Quinquennale.

Al netto del fatto, tra l’altro, che le petroliere mandarine hanno continuato a trafficare nel Golfo con la connivenza di Teheran. E al netto del fatto che la Repubblica Popolare ha costruito un mercato parallelo del greggio incentrato sullo yuan e che sfugge al dollaro statunitense. Con tanto di impalcatura informatica per transazioni immediate coi Paesi del Golfo.

L’incontro tra Donald Trump e X Jinping, scenografico quanto basta, ha certificato la volontà cinese di gareggiare alla pari con gli Usa. Dall’indipendenza tecnologica, ancora infattibile per quanto riguarda i chip di Nvidia, alla costruzione di una controglobalizzazione che punta su porti, infrastrutture e commercio coi Paesi in via di sviluppo in Africa, Asia e America Latina. Con l’Iran come snodo delle rotte mercantili ed energetiche e delle Nuove Vie della Seta.

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