Italia senza gas russo, che inverno sarà? La previsione di Cingolani

Le affermazioni del ministro uscente della Transizione ecologica Cingolani, dopo lo stop della fornitura di gas russo all'Italia

Pubblicato: 3 Ottobre 2022 11:34

Luca Incoronato

Giornalista

Giornalista pubblicista e copywriter, ha accumulato esperienze in TV, redazioni giornalistiche fisiche e online, così come in TV, come autore, giornalista e copywriter. È esperto in materie economiche.

A livello energetico “abbiamo un inverno coperto, se non ci saranno eventi catastrofici”. A dirlo è il ministro uscente per la Transizione ecologica Roberto Cingolani al programma Mezz’ora in più di Lucia Annunziata. Cingolani rassicura gli italiani, spiegando che “abbiamo fatto un piano che ci consente di rimanere al sicuro.

Però questo piano va controllato di giorno in giorno”. Il punto principale adesso è il prezzo, ma – dice – “non è che se risparmiamo il prezzo cala. C’è l’ipotesi che diminuendo la domanda in Europa possa calare il prezzo, ma è molto complesso”.

Stop forniture del gas russo all’Italia

Le affermazioni di Cingolani arrivano il giorno dopo lo stop della fornitura di gas russo all’Italia. Gazprom sabato 1° ottobre ha comunicato di non poter confermare la consegna dei volumi di gas richiesti a causa della dichiarata impossibilità di trasportare il gas attraverso l’Austria. Per questo motivo, i flussi di gas russo destinati a Eni attraverso il punto di ingresso di Tarvisio sono stati nulli.

“A partire da oggi (1° ottobre, ndr), Gazprom non sta più consegnando il gas ad Eni poiché, stando alle sue comunicazioni, non sarebbe in grado di ottemperare agli obblighi necessari per ottenere il servizio di dispacciamento di gas in Austria dove dovrebbe consegnarlo” ha spiegato un funzionario Eni. “Ci risulta però che l’Austria stia continuando a ricevere gas al punto di consegna al confine Slovacchia/Austria. Stiamo lavorando per verificare con Gazprom se sia possibile riattivare i flussi verso l’Italia”.

Cosa si sta facendo in Europa

Intanto, dopo la fuga di gas da Nord Stream, i ministri dell’Energia dei Paesi energivori dell’Ue, responsabili per circa l’80% dei consumi, stanno lavorando insieme per trovare dei bullet point sulle misure necessarie a contenere il prezzo del gas importato nell’Ue, da presentare alla Commissione.

I ministri vogliono mandare la settimana prossima alla Commissione Ue i bullet point prima del Consiglio informale dei leader a Praga del 6-7 ottobre, provando a fornire idee condivise da tutti gli Stati membri. L’obiettivo è quello di contenere i prezzi del gas, senza però provocare una scarsità della commodity.

Oggi l’Unione europea risulta particolarmente attrattiva per i fornitori di metano perché lo paga tanto. In questo modo, dopo la discussione tra i leader, la Commissione dovrebbe essere in grado di fare una proposta legislativa che possa essere condivisa dagli Stati membri.

Gas, le ipotesi in campo

Per il gas l’Ue sta lavorando a un “range” di prezzo, per cui ci sia sempre una variazione, seguendo le leggi di mercato, ma senza che questa variazione “vada totalmente fuori controllo”, chiarisce Cingolani a margine del Consiglio straordinario a Bruxelles.

Ma come si può ottenere questo range? Un’ipotesi è quella di indicizzare il costo del gas a qualcosa di diverso dal TTF, Title Transfer Facility, il mercato all’ingrosso del gas naturale con sede in Olanda che è il benchmark europeo per il metano. Si potrebbe fare, spiega Cingolani, una media di alcuni grandi indicatori, come l’Henry Hub, il benchmark Usa del gas naturale – uno dei future sul gas più scambiati al mondo, che prende il nome dall’interconnessione dei gasdotti di Erath, in Louisiana -, il Brent, il greggio del mare del Nord, che è il riferimento europeo, e altri.

A Bruxelles l’Italia insiste sul price cap. “Noi abbiamo parlato di price cap e di disaccoppiamento un anno fa. Il disaccoppiamento è stato approvato. Sul gas andiamo avanti. Che ci voglia un anno a me non meraviglia, è un lunghissimo percorso che si fa passo per passo”.

E qualche progresso in effetti, grazie alla spinta di Draghi, c’è stato. La Commissione Ue si è impegnata a redigere una bozza su indicazioni degli Stati membri, e questo è un risultato per nulla trascurabile.

L’aumento medio delle bollette nell’ultimo trimestre era sopra il 50%. Cingolani azzarda anche una previsione: “Se si intende fare una proposta in questo mese, se in 1 o 2 mesi si ha la legislazione nuova e il disaccoppiamento, la bolletta del trimestre successivo deve già beneficiare dei cambiamenti”.

I contatti con la futura premier Giorgia Meloni

Il ministro parla anche di possibili incontri preparatori con la quasi certa futura premier Giorgia Meloni. “Ho informato di qualunque sviluppo internazionale di cui mi stessi occupando. Non è che vado lì come Cingolani, ma per l’Italia. E’ mio dovere concordare con Draghi e, in accordo con lui, avvisare chi viene dopo che stiamo andando in questa direzione. Stiamo facendo un buon servizio e chi viene dopo ci dice di sì. C’è poca ideologia in questo” sottolinea in maniera serena.

E ancora: “In qualunque democrazia avanzata ci sono delle posizioni internazionali, su questioni di rilevanza strategica, su cui una democrazia forte dà un volto unico, questo è il caso. Con esemplare trasparenza l’Italia ha fatto capire di seguire una linea internazionale definita, perché è tecnica. Con i watt si fa poca politica, la sicurezza energetica dipende da watt e metri cubi”.

Un approccio pragmatico, sicuro, lungimirante quello portato avanti per mesi dal governo Draghi in sede europea, che è stato capace di ribaltare alcuni esiti decisionali che sembravano ormai scontati.

A questo proposito, Cingolani chiarisce che non ci sono “assolutamente” tensioni con Berlino dopo il lancio del piano energetico presentato dal governo tedesco. “Vi posso garantire che abbiamo lavorato con la Germania veramente al meglio di quello che potevamo”.

Il Governo non conosce i dettagli del piano, però “Robert Habeck è stato molto chiaro”, ha spiegato che stanno “creando un portafoglio per sussidiare cittadini e imprese in difficoltà. Anche l’Italia ci ha messo 60 miliardi. Noi quelle cose le abbiamo già fatte”, conclude il ministro.

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