La Commissione europea sta lavorando alla bozza dell’Industrial accelerator act, una legge che dovrebbe aiutare a rilanciare la manifattura europea. Oltre al Buy European per i settori strategici e a nuove aree di accelerazione industriale, sarà elaborato anche un sistema di etichette digitali che dovrebbe distinguere i prodotti Ue da quelli esteri.
Queste etichette dovrebbero dare precedenza negli appalti nazionali e transnazionali. L’obiettivo è quello di avviare un circolo virtuoso che permetta alle industrie europee di recuperare fatturato e ricavi, investire quanto ottenuto e innovare per riacquistare la competitività persa negli ultimi decenni.
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Come funzioneranno le etichette digitali europee
La bozza dell‘Industrial accelerator act (Iaa) contiene una norma che introduce delle etichette digitalizzate per i prodotti europei. Queste nuove certificazioni si estenderanno anche a Paesi riconosciuti come affini, come quelli europei non parte dell’Ue o quelli con cui sono stati conclusi trattati di libero scambio. Queste etichette permetteranno di avere accesso a canali prioritari negli appalti nazionali e transnazionali per le opere pubbliche.
Un prodotto europeo o comunque dotato di questa certificazione dovrà quindi essere scelto prima di altri provenienti dall’estero. Solo nel caso in cui queste risorse non sia presente sul territorio europeo, gli Stati potranno ricorrere ad aziende con prodotti privi di queste etichette. Questo criterio si applicherà inizialmente solo ad alcuni settori, tra cui:
- la produzione di acciaio e di alluminio;
- le tecnologie per l’energia pulita, come solare ed eolico;
- il settore automobilistico.
L’obiettivo delle etichette europee
L’Ue, attraverso questa regolamentazione, vuole ridirigere gli investimenti pubblici verso l’interno, in modo da finanziare l’espansione della manifattura senza esplicitamente sovvenzionarla con soldi statali. Questo, secondo le previsioni della Commissione, dovrebbe dare il via a un circolo virtuoso:
- gli Stati scelgono i prodotti europei per i loro appalti;
- le aziende europee ricevono più commesse, da cui derivano maggior fatturato e maggiori ricavi;
- le imprese europee possono investire maggiormente in innovazione e fabbricare prodotti migliori;
- altri Stati e privati, anche all’estero, scelgono prodotti europei.
L’obiettivo finale sarebbe quello di fermare il declino della manifattura europea nella sua rilevanza globale. In 20 anni, tra il 2000 e il 2020, il peso nell’industria globale del vecchio continente è passato dal 20,8% al 14,3%.
I problemi di questo approccio
Le principali critiche di questo piano ruotano attorno alla riduzione della concorrenza che causerà. Restringendo i possibili fornitori degli Stati alle aziende europee, si darà la possibilità alle imprese stesse di alzare i prezzi senza che il mercato possa punirle. Il rischio è di creare un settore che vive di appalti pubblici a prezzi eccessivi e al contempo di costringere gli Stati a spendere molti più soldi pubblici di quanto necessario per importanti opere infrastrutturali.
Il commissario al Commercio Stéphane Séjourné ha però rassicurato a riguardo:
Le nostre proiezioni mostrano che i benefici superano gli aumenti dei prezzi, e che i prezzi stessi diminuiranno con l’espansione della produzione.