I nuovi dati sul Pil italiano, spiegati: quanto sta crescendo davvero l’economia in Italia?

Cosa dicono i nuovi dati Istat sul Pil italiano del secondo trimestre 2026: perché l'economia cresce piano e i rischi per salari e lavoro

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

L’economia italiana continua a crescere, ma lo fa a un ritmo ancora molto contenuto. Per capire però meglio cosa sta succedendo, bisogna analizzare meglio i numeri. Secondo il report Istat pubblicato il 5 ottobre 2026, infatti, la dinamica positiva è sostenuta soprattutto dai consumi delle famiglie e dai servizi. Si continua intanto a fare i conti con la debolezza dell’industria e con un contributo negativo della domanda estera netta.

Questi diversi andamenti, che a molti potrebbero sembrare non correlati, in realtà potrebbero avere delle conseguenze su salari, occupazione e competitività.

I dati sul Pil italiano nel secondo trimestre 2026

Come emerso dall’analisi Istat sui conti economici italiani, nel secondo trimestre del 2026 il prodotto interno lordo italiano è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. Rispetto al secondo trimestre del 2025, invece, la crescita è stata dell’1% in un anno.

La nuova stima dell’Istituto di statistica conferma quanto già rivelato a settembre 2026, quando le previsioni parlavano di una crescita congiunturale dello 0,2% e una crescita tendenziale pari all’1%. Nello stesso documento di ottobre, però, sono stati riportati anche i dati relativi alla cosiddetta crescita acquisita del Pil italiano, che attualmente si attesta allo 0,8%. Questa percentuale non rappresenta una previsione certa di come si chiuderà l’anno, ma indica il risultato finale che si otterrebbe se l’economia rimanesse così, ferma, nei prossimi mesi.

Per riuscire a fare meglio e superare questa cifra entro la fine del 2026, sarà indispensabile che l’economia continui ad avanzare anche nella seconda metà dell’anno. In caso contrario, la crescita sarà lenta (mentre nella peggiore delle ipotesi – se i numeri dovessero aggravarsi – assisteremo ad una retrocessione).

Cosa contribuisce alla crescita

Per capire da dove arriva questa crescita è necessario guardare alla domanda interna. Infatti, nel secondo trimestre del 2026, rispetto ai primi tre mesi dell’anno, i consumi finali nazionali sono aumentati dello 0,2%. Una parte della crescita del Pil è quindi riconducibile alla spesa delle famiglie, che rappresenta uno dei principali motori.

Gli investimenti fissi lordi (ossia gli acquisti effettuati da imprese e Stato per beni destinati a durare nel tempo, come macchinari, impianti, fabbricati e infrastrutture) sono cresciuti anch’essi dello 0,2%. Tuttavia, secondo l’Istat, pur risultando in aumento non hanno rappresentato il principale elemento alla base del contributo positivo della domanda nazionale. Tenendo conto delle scorte in magazzino (+0,1%), le aziende hanno prodotto più beni di quanti ne abbiano venduti, oppure hanno scorte di materie prime e merci non ancora distribuite.

Questo accumulo di merci ha agito come un cuscinetto, ma di fatto ma di fatto indica che la produzione è andata oltre la reale domanda del mercato. Inoltre, le scorte nei depositi dovranno essere assorbite nei prossimi mesi, lasciando ai soli consumi interni il compito di sostenere la crescita in attesa di un rilancio degli investimenti e delle esportazioni.

Importazioni ed esportazioni a confronto

Sul fronte degli scambi con l’estero, da aprile a giugno 2026, rispetto al trimestre precedente:

La crescita delle esportazioni è quindi positiva per l’economia italiana, ma nel secondo trimestre l’incremento delle importazioni è stato più marcato e il saldo complessivo della domanda estera netta (-0,1 punti percentuali) ha finito per pesare leggermente sulla crescita del prodotto interno lordo.

I settori messi peggio (e quelli messi meglio)

Osservando quali settori hanno prodotto valore aggiunto nel periodo monitorato dall’Istituto, a sostenere il risultato è soprattutto il comparto dei servizi, il cui valore aggiunto è aumentato dello 0,4%.

È invece diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente il valore aggiunto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca , mentre ancora più marcato è stato il calo dell’industria, pari allo 0,6%.

Cosa si rischia

Anche se i consumi delle famiglie (ovvero le spese quotidiane dei cittadini) e il settore dei servizi (come turismo, commercio e servizi alle imprese) stanno mostrando un andamento positivo e mantengono l’economia in territorio positivo, con l’industria che sta attraversando questa fase di debolezza produttiva e la domanda estera in negativo, le esportazioni verso gli altri Paesi non riescono a compensare il livello delle importazioni.

Inoltre, nonostante la tenuta dei consumi, la lentezza della crescita generale limita la capacità delle imprese di investire in aumenti salariali. Ciò rischia di:

La debolezza del settore industriale può quindi portare:

Questo scenario potrebbe a sua volta scatenare un effetto a catena, dove la capacità del governo di finanziare interventi di spesa pubblica, ridurre la pressione fiscale o gestire con flessibilità il debito pubblico sarà sempre più ridotta.

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