La legge elettorale torna alla Camera, pronta la fiducia ma il Governo Meloni può cadere

La Camera dovrà votare la nuova legge elettorale, dopo che il Senato ha modificato il testo già approvato dai Deputati: il Governo però rischia di cadere

4 min di lettura

Matteo Runchi

Editor esperto di economia e attualità

Redattore esperto di tecnologia e esteri, scrive di attualità, cronaca ed economia

La nuova legge elettorale è in discussione alla Camera, dopo che il Senato ha modificato il testo originale inserendo nuovamente le preferenze con i capilista bloccati. La maggioranza di Governo è intenzionata a non effettuare altri cambiamenti e da Meloni sarebbe arrivata l’indicazione di porre la questione di fiducia.

Questo significa però che ci sarà il voto segreto e che, se il testo non dovesse essere approvato, il Governo cadrebbe. Si rischierebbe quindi di andare a votare a inizio 2027, con la vecchia legge elettorale, il Rosatellum.

La legge elettorale torna alla Camera

Non è la prima volta negli ultimi mesi che la legge elettorale arriva alla Camera. I deputati hanno infatti già approvato una volta il cosiddetto Stabilicum. Nel sistema italiano, però, perché una legge possa entrare in vigore è necessario che entrambe le camere approvino lo stesso testo.

Al Senato la maggioranza è riuscita a reintrodurre le preferenze con i capilista bloccati, che erano state bocciate alla Camera con il voto segreto dai “franchi tiratori”, deputati di Forza Italia e della Lega che, protetti dall’anonimato, avevano votato contro la proposta di Fratelli d’Italia.

I due voti di fiducia su cui può cadere il Governo

Questa volta, però, un altro episodio del genere avrebbe conseguenze ben più gravi. Meloni avrebbe infatti imposto il voto di fiducia sul testo finale. Questo significa che, se Forza Italia e Lega dovessero votare contro la legge elettorale, il Governo cadrebbe. Vista la fine della legislatura tra meno di un anno, con ogni probabilità, seguirebbero elezioni anticipate.

A queste elezioni si andrebbe con la vecchia legge elettorale, il Rosatellum, quella con cui il centrodestra ha ottenuto l’attuale maggioranza, tra le più solide della storia recente. Da allora, però, il panorama politico è cambiato radicalmente. Se si andasse a votare con questa legge, osservano molti sondaggisti, le possibilità di vittoria del centrosinistra si alzerebbero molto.

Perché la vecchia legge avvantaggia il centrosinistra

Il Rosatellum aveva infatti una caratteristica che lo Stabilicum ha eliminato: i collegi uninominali. Circa un terzo dei seggi veniva assegnato dividendo l’Italia in tanti piccoli territori. In ognuno di essi, si teneva come un’elezione parallela: la coalizione che arriva prima a livello locale, si prende il seggo. Non importa quanti voti abbia preso.

Nel 2022 Movimento 5 Stelle e Pd si presentarono divisi alle elezioni. Questo permise al centrodestra di vincere in moltissimi collegi, soprattutto al Sud, anche con percentuali attorno al 38% dei voti, proprio perché né il Pd, né il M5S, da soli riuscivano a superare la somma dei voti di FdI, FI e Lega.

Ora, però, la situazione è ribaltata. Il centrosinistra sembra intenzionato a presentarsi unito e il centrodestra, invece, sta subendo la concorrenza di Futuro Nazionale di Vannacci. Nei collegi uninominali, quindi, il Campo Largo avrebbe un vantaggio molto netto e questo porterebbe molto probabilmente il centrosinistra a vincere le elezioni.

La mossa di Meloni: l’indicazione del candidato premier

La nuova legge elettorale, però, crea problemi anche alle opposizioni. In particolare, Meloni ha tenuto a inserire l’indicazione, da parte di tutte le liste, di un candidato premier. Per il centrodestra la scelta è scontata e ricadrebbe sulla presidente del Consiglio uscente, vista anche la debolezza dei suoi alleati.

Per il centrosinistra, invece, questo significherebbe delle primarie in cui Giuseppe Conte ed Elly Schlein dovrebbero esporsi in prima persona l’uno contro l’altro. Il processo elettorale potrebbe indebolire la coalizione e avvantaggiare il centrodestra.

La questione delle firme

L’altra norma molto contestata dalle opposizioni è l’aumento delle firme necessarie per presentare una nuova lista, che non è già in Parlamento con un gruppo. Un nuovo partito dovrebbe ottenere tra le 6.000 e le 7.000 firme in ogni collegio per potersi presentare. Sono più di 400.000 a livello nazionale, una soglia ritenuta quasi impossibile per i piccoli partiti.

Questa norma non riguarda nessuno dei partiti che è in Parlamento oggi, nemmeno Futuro Nazionale di Vannacci. Le opposizioni segnalano però alcuni casi limite, come quelli di due collegi in Molise e in Basilicata, particolarmente poco popolosi, in cui per presentarsi servono le firme rispettivamente il 2,5% e l’1,4% degli aventi diritto al voto, che vista l’affluenza alle ultime elezioni sarebbero anche più del 3%.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963