Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a pronunciarsi sulla separazione delle carriere dei magistrati. La riforma è stata voluta dal governo Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Si tratta di un referendum confermativo su una legge costituzionale già approvata dal Parlamento, che non ha però raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria per entrare direttamente in vigore.
Non è previsto alcun quorum: qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido e definitivo. Ma cosa succede se vince il sì e il referendum passa?
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Le tre novità principali
Il cuore della riforma è la distinzione netta tra magistrati giudicanti (i giudici) e magistrati requirenti (i pubblici ministeri). Chi entra in magistratura dovrà scegliere fin dall’inizio quale funzione svolgere, senza possibilità di cambiarla in seguito. Oggi, invece, è ancora possibile passare da una funzione all’altra, anche se la riforma Cartabia del 2022 lo consente una sola volta nei primi nove anni di carriera. In media, meno di trenta magistrati su oltre novemila effettuano questo passaggio ogni anno.
Un’altra novità riguarda lo sdoppiamento del Csm. L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, unico organo di autogoverno della categoria, verrebbe sostituito da due distinti consigli: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
Entrambi sarebbero presieduti dal Presidente della Repubblica, ma funzionerebbero in modo indipendente. Cambierebbe anche la composizione: i membri togati non sarebbero più eletti dai colleghi, ma scelti tramite sorteggio tra tutti i magistrati della rispettiva categoria. I membri laici, invece, verrebbero estratti da un elenco compilato dal Parlamento.
Infine, verrebbe istituita una nuova corte: l’Alta Corte disciplinare. Sarebbe unica per giudici e pubblici ministeri e avrebbe il compito di giudicare i magistrati accusati di errori professionali. L’organo sarebbe composto da quindici membri, in maggioranza magistrati, nominati con un sistema misto di sorteggio e nomina presidenziale. Il mandato durerebbe quattro anni e non sarebbe rinnovabile.
Se vince il Sì, cosa succede
In caso di vittoria del Sì, la legge costituzionale entrerebbe in vigore. Il Parlamento avrebbe poi un anno di tempo per approvare le leggi ordinarie di attuazione, che tradurranno in norme operative i principi sanciti dalla Costituzione riformata.
Le conseguenze pratiche del Sì al quesito del referendum sarebbero significative. Tra le principali:
- percorsi separati fin dal concorso, con i futuri magistrati chiamati a scegliere tra la carriera giudicante e quella requirente già dalle prove di ammissione;
- due Csm autonomi, con nomine, valutazioni di professionalità e progressioni di carriera di giudici e pubblici ministeri gestite da organi separati;
- fine del sistema elettivo interno, con il sorteggio che sostituirebbe le elezioni per i componenti togati del Csm, riducendo il peso delle correnti organizzate della magistratura;
- una nuova corte disciplinare, con le sanzioni ai magistrati che non sarebbero più decise all’interno del Csm, ma da un organo dedicato con composizione e regole proprie.
Il dibattito politico
La maggioranza di governo sostiene compattamente il sì. Il centrosinistra è invece diviso: il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si schierano per il no, mentre Azione e +Europa appoggiano la riforma. Italia Viva lascia libertà di coscienza ai propri parlamentari. Secondo gli ultimi sondaggi, il No sarebbe in rimonta.
I sostenitori del sì ritengono che la riforma garantirà processi più equilibrati, rafforzando il principio di terzietà del giudice rispetto alle tesi dell’accusa. I critici, tra cui la magistratura associata e la Cgil, temono invece che la riforma possa indebolire l’indipendenza della magistratura requirente e aprire la strada a futuri interventi politici sul potere giudiziario.
Qua vi abbiamo parlato di cosa accadrebbe con la vittoria del No.