Dal oggi cambia il meccanismo di destinazione del Trattamento di Fine Rapporto per i nuovi lavoratori del settore privato. Se entro 60 giorni dall’assunzione il lavoratore non comunica esplicitamente la volontà di mantenere il Tfr in azienda, quest’ultimo viene automaticamente destinato al fondo pensione previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento.
Il provvedimento si inserisce nel quadro più ampio delle politiche di rafforzamento della previdenza complementare, considerate sempre più rilevanti in un sistema pensionistico pubblico sotto pressione demografica ed economica.
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Il Tfr lasciato in azienda non è fermo
Quando si sceglie di lasciare il proprio Tfr in azienda non lo si sta semplicemente depositando e accumulando, come spesso si tende a pensare. La somma che compone ogni stipendio viene rivalutata ogni anno, secondo una formula stabilita per legge. Una parte del valore si compone di un incremento dell’1,5%, l’altra da una quota variabile legata al 75% dell’inflazione.
In questo modo il trattamento di fine rapporto conserva una funzione di accantonamento con una crescita moderata nel tempo, legata all’andamento dei prezzi. Ben lungi dall’essere considerato un investimento finanziario, perché non è esposto ai mercati, il Tfr è comunque sottoposto a un meccanismo di rivalutazione automatica che ha l’obiettivo di preservare il potere d’acquisto del capitale accumulato durante la vita lavorativa.
Cosa succede al Tfr destinato al fondo pensione
Se si sceglie di conferire il proprio Tfr a un fondo pensione, non resterebbe accantonato in azienda a subire un meccanismo automatico e inesorabile di rivalutazione, ma verrebbe investito sui mercati finanziari, attraverso strumenti gestiti da società specializzate.
Il lavoratore può scegliere di aderire a un fondo collegato al proprio contratto collettivo nazionale, il cosiddetto fondo negoziale, anche se restano possibili forme alternative come fondi aperti o piani individuali pensionistici.
Uno degli elementi centrali è la presenza, in molti contratti collettivi, del contributo del datore di lavoro. Si tratta di una quota aggiuntiva che l’azienda versa al fondo pensione del lavoratore, a condizione che quest’ultimo contribuisca a sua volta con una percentuale del proprio stipendio oltre al Tfr. Questo contributo non è discrezionale, ma nasce da accordi collettivi tra sindacati e associazioni datoriali e rappresenta, di fatto, una componente della retribuzione complessiva che viene destinata alla previdenza invece che allo stipendio immediato.
Questo meccanismo ha la funzione strutturale di incentivare la diffusione della previdenza complementare in un contesto in cui il sistema pubblico da solo è considerato sempre meno sufficiente a garantire livelli di pensione adeguati.
Cosa succede al Tfr se si cambia lavoro
Il cambio di lavoro non interrompe il percorso previdenziale. Nel caso in cui si decida di lasciarlo in azienda, le quote maturate fino a quel momento vengono liquidate o trasferite secondo le regole ordinarie, mentre quelle successive iniziano a maturare nel nuovo rapporto di lavoro.
Se invece il Tfr è stato destinato a un fondo pensione, la posizione individuale non si perde ma non viene liquidata automaticamente. La posizione resta intestata al lavoratore e può essere trasferita nel nuovo fondo pensione collegato al successivo contratto collettivo oppure, se previsto, mantenuta nello stesso fondo già attivo. In questo modo il capitale accumulato continua a essere investito e a crescere in modo unitario lungo tutta la carriera lavorativa, indipendentemente dai cambi di datore di lavoro.
Le linee di investimento dei fondi pensione
Il mondo dei fondi pensione non è un universo monocromatico. Una volta che si decide di devolvere il Tfr nel fondo, il capitale viene allocato in diverse linee di investimento, chiamate comparti, che differiscono per composizione e livello di rischio.
Esistono generalmente quattro grandi categorie:
- il comparto garantito, pensato per chi privilegia la protezione del capitale e investe prevalentemente in strumenti obbligazionari molto sicuri;
- il comparto obbligazionario o prudente, che mantiene un’esposizione limitata ai mercati azionari e punta a una crescita contenuta ma più stabile;
- il comparto bilanciato rappresenta una soluzione intermedia, con una combinazione più equilibrata tra azioni e obbligazioni;
- il comparto azionario è quello orientato alla crescita di lungo periodo, con una maggiore esposizione ai mercati e quindi una volatilità più elevata.
La scelta tra questi comparti è generalmente legata all’età e all’orizzonte temporale del lavoratore. Una maggiore distanza dalla pensione consente di tollerare meglio le oscillazioni dei mercati, mentre avvicinandosi alla fine della carriera sembra avere più senso far prevalere un approccio più prudente.
Anche le linee più conservative dei fondi pensione non sono prive di rischio. A differenza del Tfr lasciato in azienda, che segue una rivalutazione definita per legge, i fondi pensione sono esposti all’andamento dei mercati finanziari e possono registrare variazioni anche negative nel breve periodo. Ma, come sottolineano la maggior parte degli analisti, ciò che è davvero rilevante nella scelta è la continuità nell’investimento.