Pensioni, 7 milioni di italiani ricevono assegni alti ma avendo versato poco

Oltre 7 milioni di pensionati ricevono aiuti assistenziali, senza però aver versato abbastanza o niente. I numeri dello squilibrio pensionistico

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

Secondo i dati Istat, l’Italia spende per le pensioni il 16,61% del Pil, contro una media europea del 12,8%. Un dato molto alto, che a prima vista sembra raccontare un Paese generoso con i propri anziani. Analizzando però i numeri forniti da Inps, Istat e Ragioneria dello Stato, emerge che una quota consistente di quella spesa è soprattutto assistenziale, invece di previdenziale. In pratica, lo Stato eroga prestazioni elevate anche a chi ha versato pochi contributi o non ne ha versati affatto. Dei 16,3 milioni di pensionati complessivi, oltre 7,2 milioni risultano totalmente o parzialmente assistiti.

Lo evidenzia un’analisi di Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, pubblicata dal Corriere della Sera.

Il caso dell’assegno sociale e pensioni minime

L’analisi parte dall’assegno sociale. Negli ultimi tre anni, circa 270mila italiani hanno presentato domanda una volta raggiunti i 67 anni di età. Ma c’è un problema, come afferma Brambilla:

la maggior parte di loro fosse sconosciuta all’Inps e al fisco, il che significa che questi signori hanno vissuto, assieme alle loro famiglie, a carico della collettività per tutta la vita.

Su 9,916 milioni di pensioni tra invalidità, vecchiaia e reversibilità, quasi tre milioni risultano integrate al minimo o maggiorate. Per il 2026, la soglia del trattamento minimo è fissata a 611,84 euro mensili, che salgono a 619,79 euro per gli over 75. Per raggiungere tale importo sarebbero sufficienti circa 15-17 anni di contributi regolari. Tuttavia, molti beneficiari avrebbero versato contributi per soli 14-15 anni, spesso integrati con periodi di contribuzione figurativa.

Il risultato per Brambilla è che a fine carriera:

lo Stato non solo eroga la differenza tra la pensione a calcolo in base ai contributi versati che è in media pari a 300/350 euro al mese, ma la raddoppia e, come per gli assegni sociali, grazie al buonismo dei vari governi, offre ancora di più.

Il cumulo dei bonus, fino a 15mila euro l’anno

Grazie a maggiorazioni sociali, integrazioni e bonus, un pensionato con una storia contributiva limitata può arrivare a percepire un reddito annuo compreso tra 11mila e 15mila euro, completamente esentasse. Secondo l’analisi, i principali benefici comprendono:

Isee sotto la lente

Brambilla analizza anche il sistema Isee. Nel 2024 sono state presentate 10,371 milioni di dichiarazioni, coinvolgendo circa 30 milioni di italiani. Nel 2025, la stima supera i 32 milioni di persone, pari a circa il 55% della popolazione. Per Brambilla:

Isee e prestazioni sociali erano state studiate per quel 6/8% massimo di popolazione con gravi problemi; se diventano oltre il 50% significa che il sistema non funziona più.

Come risolvere il problema? Brambilla propone due strade:

la prima cosa da fare è evitare confusioni tra assistenza e previdenza e la seconda è rivedere l’Isee, i bonus e introdurre i controlli ex ante. Il fatto che Istat dica che la spesa per pensioni è pari al 16,61% del Pil contro una media europea del 12,8% espone i cittadini onesti che pagano i contributi a ulteriori riduzioni delle loro rendite, come accaduto con la riforma Fornero e con la mancata indicizzazione delle pensioni alte del governo Meloni.

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