Secondo i dati Istat, l’Italia spende per le pensioni il 16,61% del Pil, contro una media europea del 12,8%. Un dato molto alto, che a prima vista sembra raccontare un Paese generoso con i propri anziani. Analizzando però i numeri forniti da Inps, Istat e Ragioneria dello Stato, emerge che una quota consistente di quella spesa è soprattutto assistenziale, invece di previdenziale. In pratica, lo Stato eroga prestazioni elevate anche a chi ha versato pochi contributi o non ne ha versati affatto. Dei 16,3 milioni di pensionati complessivi, oltre 7,2 milioni risultano totalmente o parzialmente assistiti.
Lo evidenzia un’analisi di Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, pubblicata dal Corriere della Sera.
Il caso dell’assegno sociale e pensioni minime
L’analisi parte dall’assegno sociale. Negli ultimi tre anni, circa 270mila italiani hanno presentato domanda una volta raggiunti i 67 anni di età. Ma c’è un problema, come afferma Brambilla:
la maggior parte di loro fosse sconosciuta all’Inps e al fisco, il che significa che questi signori hanno vissuto, assieme alle loro famiglie, a carico della collettività per tutta la vita.
Su 9,916 milioni di pensioni tra invalidità, vecchiaia e reversibilità, quasi tre milioni risultano integrate al minimo o maggiorate. Per il 2026, la soglia del trattamento minimo è fissata a 611,84 euro mensili, che salgono a 619,79 euro per gli over 75. Per raggiungere tale importo sarebbero sufficienti circa 15-17 anni di contributi regolari. Tuttavia, molti beneficiari avrebbero versato contributi per soli 14-15 anni, spesso integrati con periodi di contribuzione figurativa.
Il risultato per Brambilla è che a fine carriera:
lo Stato non solo eroga la differenza tra la pensione a calcolo in base ai contributi versati che è in media pari a 300/350 euro al mese, ma la raddoppia e, come per gli assegni sociali, grazie al buonismo dei vari governi, offre ancora di più.
Il cumulo dei bonus, fino a 15mila euro l’anno
Grazie a maggiorazioni sociali, integrazioni e bonus, un pensionato con una storia contributiva limitata può arrivare a percepire un reddito annuo compreso tra 11mila e 15mila euro, completamente esentasse. Secondo l’analisi, i principali benefici comprendono:
- pensione integrata al minimo maggiorata: fino a 768,30 euro al mese per 13 mensilità;
- quattordicesima mensilità: 655 euro l’anno;
- social card o carta per te: 480 euro l’anno;
- bonus affitto: fino a 3.500 euro l’anno;
- bonus bollette, canone TV e altre agevolazioni.
Isee sotto la lente
Brambilla analizza anche il sistema Isee. Nel 2024 sono state presentate 10,371 milioni di dichiarazioni, coinvolgendo circa 30 milioni di italiani. Nel 2025, la stima supera i 32 milioni di persone, pari a circa il 55% della popolazione. Per Brambilla:
Isee e prestazioni sociali erano state studiate per quel 6/8% massimo di popolazione con gravi problemi; se diventano oltre il 50% significa che il sistema non funziona più.
Come risolvere il problema? Brambilla propone due strade:
la prima cosa da fare è evitare confusioni tra assistenza e previdenza e la seconda è rivedere l’Isee, i bonus e introdurre i controlli ex ante. Il fatto che Istat dica che la spesa per pensioni è pari al 16,61% del Pil contro una media europea del 12,8% espone i cittadini onesti che pagano i contributi a ulteriori riduzioni delle loro rendite, come accaduto con la riforma Fornero e con la mancata indicizzazione delle pensioni alte del governo Meloni.