Il governo starebbe valutando la proroga dell’isopensione fino al 2029. La misura, che oggi consente l’uscita dal lavoro fino a sette anni prima della pensione, al momento è garantita soltanto fino al 2026. L’ipotesi è emersa durante un intervento del ministro del Lavoro Marina Calderone alla Camera, in risposta a due interrogazioni parlamentari. L’isopensione è uno strumento previsto dalla legge Fornero che permette alle aziende con più di 15 dipendenti di accompagnare i lavoratori verso la pensione attraverso accordi sindacali. Durante questo periodo il lavoratore continua a ricevere un reddito e la copertura contributiva, mentre il costo dell’operazione resta interamente a carico del datore di lavoro.
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Proroga isopensione in bozza decreto Primo Maggio
La possibile proroga potrebbe arrivare tramite un emendamento al decreto Primo Maggio, attualmente all’esame della Commissione Lavoro della Camera. Nella bozza iniziale del decreto era già comparsa l’ipotesi di estendere la misura per altri tre anni, fino al 2029, ma il testo definitivo non aveva confermato questa possibilità.
L’isopensione è utilizzata soprattutto nei processi di riorganizzazione aziendale, gestione degli esuberi e ricambio generazionale. Possono accedere allo strumento i lavoratori che si trovano fino a sette anni dal raggiungimento della pensione. L’azienda, attraverso un accordo con le organizzazioni sindacali, si impegna a sostenere economicamente il lavoratore fino alla prima decorrenza utile della pensione.
Il ministro Calderone ha spiegato che il lavoratore “viene accompagnato alla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico secondo le regole vigenti, mantenendo continuità reddituale e contributiva fino all’accesso alla pensione”. Negli ultimi anni l’isopensione è stata utilizzata soprattutto nei grandi gruppi industriali e nei servizi ad alta intensità occupazionale.
Le difficoltà per i lavoratori contributivi puri
Uno dei temi affrontati dal ministero riguarda i lavoratori che rientrano integralmente nel sistema contributivo, cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996. Per questi lavoratori esistono requisiti particolari per accedere alla pensione anticipata o alla pensione di vecchiaia. Oltre all’età anagrafica e agli anni di contributi richiesti, infatti, è necessario raggiungere una soglia minima dell’importo pensionistico.
Per la pensione anticipata contributiva, l’assegno deve essere almeno pari a tre volte l’importo dell’assegno sociale. Per la pensione di vecchiaia contributiva, invece, l’importo deve essere almeno pari all’assegno sociale. Il ministero del Lavoro e l’INPS avrebbero avviato un percorso tecnico per definire criteri più omogenei nella certificazione dei requisiti. Secondo quanto spiegato dal ministro Marina Calderone, l’obiettivo sarebbe quello di evitare situazioni di incertezza e costruire sistemi di valutazione basati su proiezioni macroeconomiche e attuariali aggiornate.
La nuova ipotesi per chi ha contributi prima del 1996
Oltre all’isopensione, il governo starebbe studiando anche una possibile novità per i lavoratori del sistema retributivo e misto. Attualmente chi ha almeno un contributo versato prima del 1996 può andare in pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi.
I cosiddetti “contributivi puri”, invece, possono accedere alla pensione anche a 71 anni con soltanto 5 anni di contributi effettivi, senza dover raggiungere una soglia minima dell’assegno pensionistico. Ora il ministero starebbe valutando la possibilità di estendere questa opzione anche ai lavoratori del sistema retributivo e misto.
L’accesso sarebbe però subordinato a una condizione precisa: la rinuncia alle quote calcolate con il metodo retributivo. In pratica, il lavoratore potrebbe scegliere di andare in pensione a 71 anni con soli 5 anni di contributi, ma accettando un ricalcolo interamente contributivo della pensione. Secondo il ministro Calderone, l’ipotesi sarebbe allo studio insieme all’INPS e riguarderebbe “una platea di lavoratori meritevoli di tutela”.