Le pensioni delle donne sono più basse di quelle degli uomini. Lo certifica il Rendiconto sociale Inps 2025, che fotografa la situazione pensionistica del nostro Paese. Non è un dato che sorprende, considerando le note dinamiche che lo determinano, ma il distacco è piuttosto marcato.
Con le pensioni di vecchiaia si arriva al picco di questa differenza, con il 45% in meno di importo medio per le donne. Confermato quindi il gender pay gap, che pesa sull’intera vita lavorativa della donna e anche dopo, impattando anche sulla pensione.
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Gender pay gap pensionistico: fino al 45% in meno
Dal Rendiconto Sociale 2025 dell’Inps, presentato a Roma dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Istituto, emergono dei dati che confermano la condizione di discriminazione delle donne nel mondo del lavoro. Il Rendiconto sociale infatti conferma che tra i pensionati le donne arrivano a prendere importi medi delle pensioni previdenziali vigenti e liquidate che, nel caso delle pensioni di vecchiaia, raggiungono il 45% in meno per le donne.
La fotografia scattata dal rapporto racconta anche altro, come la riduzione netta delle beneficiarie di Opzione donna, che passa da 26.427 del 2022 a 3.860 nel 2025, e delle quote come Quota 103, che passano dalle 112.982 del 2021 alle 5.643 del 2025.
Aumenta l’età media
Aumenta anche l’età pensionabile, che per le femmine cresce dai 64,4 anni del 2022 ai 65,4 anni del 2025 e, per i maschi, passando dai 63,7 anni del 2022 ai 64,1 anni del 2025.
Nello specifico l’età media più alta per l’accesso alla vecchiaia e anticipata è quella delle donne in Umbria, che arrivano a 67 anni, mentre la più bassa è quella degli uomini del Trentino-Alto Adige che si ferma a 62,3 anni, seguiti dalla Lombardia con 63,1 anni.
Perché le donne vanno in pensione dopo e con assegni più bassi
Non si arriva a prendere fino al 45% in meno sulla pensione rispetto a un uomo se si sono avute le stesse condizioni di lavoro. Dietro il gender pay gap pensionistico c’è la differenza di pagamento quando ancora si è nel mondo del lavoro.
Ma non solo: le carriere delle donne sono spesso discontinue o a maggior rischio part-time (spesso involontario) per via del lavoro di cura non adeguatamente bilanciato in famiglia. Sono elementi che producono effetti diretti, come difficoltà a fare carriera e retribuzioni più basse, ma che hanno anche un’ombra lunga.
Stipendi più bassi, minori contributi versati oppure minori anni di lavoro significano più tempo per avere i requisiti necessari all’uscita dal mercato.
Parità di salario: a che punto siamo
L’obiettivo di ridurre il divario di genere nel mondo del lavoro non è solo una battaglia dei movimenti femministi, ma si tratta di un percorso fortemente voluto dall’Europa e recepito anche in Italia per far crescere il Paese. Accanto ai diritti, quindi, c’è anche un aspetto puramente economico. Il gender pay gap è un danno per il Paese, che secondo le stime di Bankitalia pesa fino al 7% del Pil.
La soluzione passa da decreti sulla parità retributiva, la richiesta di trasparenza negli annunci di lavoro, il divieto di chiedere se si vuole avere dei figli, ma anche e soprattutto da un cambiamento culturale. Alla base del divario salariale c’è ancora oggi l’idea che alle donne spetti il lavoro di cura, non pagato, in casa tra bambini e persone anziane.
Il decreto legislativo n. 96 del 2026 recepisce in Italia la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva e vuole rafforzare il principio della parità di retribuzione. Infatti una maggiore trasparenza nel lungo periodo dovrebbe limitare e infine evitare eventuali discriminazioni o penalizzazioni. Passaggio fondamentale sarà il monitoraggio.