Sì, è possibile che gli affitti diventino più cari da agosto. Per effetto dell’adeguamento Istat del canone all’inflazione, infatti, gli importi di alcuni contratti potrebbero aumentare. Va usato il condizionale in questo caso perché si tratta di un incremento che non riguarda automaticamente tutti gli inquilini e non può essere applicato in modo indistinto a ogni locazione.
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Affitti, cosa cambia da agosto con il nuovo indice Istat
L’aggiornamento del canone non coincide semplicemente con l’aumento generale dei prezzi. Per le locazioni viene utilizzato uno specifico indice Istat, il Foi, parametro pubblicato ogni mese dall’Istituto e utilizzato per la rivalutazione dei canoni, così da adeguarli al costo della vita.
In base agli ultimi dati diffusi a luglio 2026, l’indice con base 2025 pari a 100 si è attestato a quota 103,1. Il valore risulta in crescita dello 0,3% rispetto al mese precedente e del 2,8% se confrontato con lo stesso periodo dell’anno precedente, mentre l’aumento calcolato sul biennio arriva al 4,3%.
A partire da agosto 2026, l’aggiornamento dei contratti d’affitto che prevedono l’adeguamento annuale terrà conto dell’ultimo indice Foi calcolato dall’Istat. Di conseguenza, in base a questi dati ufficiali, la variazione percentuale annuale da considerare per l’aggiornamento dei canoni è pari al 2,8%. Questo significa che:
- per i contratti con adeguamento al 100%, il canone può subire un incremento massimo del 2,8% rispetto all’anno precedente. Ad esempio, su un affitto mensile di 1.000 euro, l’aumento massimo applicabile è di 28 euro, portando la nuova quota a 1.028 euro. Questo può verificarsi nel caso di locazioni a uso abitativo, come nel caso dei tradizionali contratti 4+4, dove l’adeguamento può arrivare fino al 100% della variazione dell’indice Foi, secondo quanto previsto dall’articolo 32 della legge n. 392/1978 e dalle condizioni contrattuali;
- per i contratti a canone concordato che prevedono l’aggiornamento al 75%, la percentuale di incremento si riduce al 2,1% (pari al 75% del 2,8%). Ad esempio, per un canone di 1.000 euro, l’aumento è quindi di 21 euro. È il caso delle locazioni a uso commerciale con durata 6+6, per i quali la rivalutazione può arrivare fino al 75% della variazione dell’indice.
| Tipologia contratto | Percentuale di aggiornamento | Esempio canone attuale | Aumento mensile (euro) | Nuovo canone mensile (euro) |
| Canone libero (100% Istat) | 2,8% | 1.000 € | 28 € | 1.028 € |
| Canone concordato (75% Istat) | 2,1% | 1.000 € | 21 € | 1.021 € |
Chi deve pagare un affitto più alto
L’adeguamento non scatta tuttavia in automatico per tutti i contratti a partire dal mese di agosto, ma:
- viene applicato esclusivamente nel mese in cui ricorre la scadenza annuale della stipula del contratto, utilizzando come riferimento l’ultimo indice reso disponibile dall’Istat;
- affinché il proprietario possa chiedere la rivalutazione, il contratto deve contenere una specifica clausola di aggiornamento del canone. In assenza di questa previsione, il locatore non può pretendere unilateralmente l’aumento sulla base del semplice fatto che l’inflazione è cresciuta. La rivalutazione deve quindi trovare fondamento nelle condizioni contrattuali sottoscritte dalle parti.
Come funziona in caso di cedolare secca
Per quanto riguarda i contratti assoggettati a cedolare secca, in questo caso il proprietario ha scelto un regime fiscale sostitutivo che, tra gli altri effetti, impedisce l’applicazione dell’aggiornamento del canone.
Il locatore può aumentare l’affitto applicando la rivalutazione Istat solo se il contratto:
- è sottoposto al regime ordinario;
- contiene la clausola di aggiornamento.
Non si tratta quindi di un nuovo aumento deciso discrezionalmente dal proprietario, ma di un meccanismo di rivalutazione legato a un parametro statistico e applicabile solo quando il contratto lo consente e nel rispetto di precise scadenze e condizioni.