Gino Paoli morto a 91 anni, il patrimonio e le vicende col Fisco del cantautore

Gino Paoli è morto a 91 anni: se ne va uno dei più noti e amati cantautori. La vita, gli amori e il patrimonio dell'autore di "Sapore di sale"

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

Gino Paoli è morto: uno fra i cantautori più grandi se n’è andato a 91 anni, dopo una vita fra rime, successi, amori, cali d’umore ed eccessi.

Nato a Genova nel 1934, negli anni Cinquanta e Sessanta ha cantato la quotidianità, portando la sua poetica lontano dalle mode astratte del dopoguerra e segnando l’inizio della scuola genovese insieme a Luigi Tenco, Fabrizio De André e altri. Capolavori come “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”, “La gatta” e “Sapore di sale” hanno riscritto il panorama culturale nazionale.

La vita di Gino Paoli

La sua vita personale è stata tormentata: depressione, alcolismo, relazioni complicate e un tentato suicidio nel 1963.

Nonostante periodi di crisi e cali di popolarità negli anni Settanta, ha continuato a reinventarsi collaborando con Ornella Vanoni, Zucchero e nuovi artisti, vincendo anche un Festivalbar negli anni Novanta.

Oltre alla musica, Paoli è stato presidente della Siae e deputato del Pci come indipendente di sinistra.

Dalla prima moglie, Anna Fabbri, ebbe un un figlio. Ebbe poi una relazione con l’attrice Stefania Sandrelli, dalla quale ebbe una figlia, Amanda Sandrelli, anche lei attrice. Ebbe poi una relazione con la collega Ornella Vanoni. E sposò Paola Penzo, autrice di alcuni suoi brani, con la quale ebbe tre figli.

Il patrimonio di Gino Paoli

Nel corso della sua lunga carriera, pur segnata da alti e bassi, Gino Paoli ha generato redditi significativi dai diritti d’autore sulle sue canzoni, che continuano a essere ascoltate e utilizzate, dai contratti discografici pluridecennali, dai concerti e dalle partecipazioni ai vari festival musicali. A questi bisogna aggiungere lo stipendio da presidente della Siae e il vitalizio da ex parlamentare.

Le informazioni pubbliche disponibili sul patrimonio di Gino Paoli non sono ufficiali e non esistono stime certe da fonti finanziarie autorevoli, ma grazie a qualche fonte giornalistica e biografica è possibile ricostruire qualcosa.

Come ex parlamentare percepiva 2.019 euro netti al mese. Per i 21 mesi in cui ricoprì il ruolo di presidente Siae, la Camera lo costrinse a restituire 42.000 euro. “La carica alla Siae – scrisse il collegio – è incompatibile con il mandato parlamentare”.

Gino Paoli ha ricoperto il ruolo di presidente Siae da metà maggio 2013 a fine febbraio 2015. Da quanto risulta dai vari rendiconti gestionali Siae (visionabili sul sito ufficiale), i compensi per la carica di presidente in quegli anni ammontavano alle seguenti cifre (che però sono relative agli interi anni e si ricorda che Paoli prestò servizio per porzioni di anno nel 2013 e nel 2015):

Per quanto riguarda i diritti d’autore, il dato più recente risale al lontano 2013, quando un’indagine evidenziò come su 760 milioni di euro raccolti in totale relativamente all’intero catalogo Siae, circa 41 milioni finivano nelle tasche di soli 146 autori. Tra questi paperoni della musica italiana c’era anche Gino Paoli, con incassi che all’epoca si aggiravano sui 450.000 euro all’anno. Il dato non è aggiornato.

Gino Paoli e il Fisco

Gino Paoli venne indagato per evasione fiscale, ma non fu mai processato dal momento che l’ipotesi di reato cadde in prescrizione.

I 2 milioni portati in Svizzera c’erano davvero e, pare, furono il risultato di esibizioni alle Feste dell’Unità, come scrisse il Corriere della Sera, fra gli altri. Ma siccome non fu possibile stabilire quando fu accumulato il denaro poi esportato all’estero, l’inchiesta venne archiviata per prescrizione. L’inchiesta nacque come costola del filone di indagini sulla banca Carige ed emerse grazie ad alcune intercettazioni. Quando gli venne chiesto dei compensi esentasse per le serate, Gino Paoli confermò che si trattava di un sistema “diffuso”. Guardia di Finanza e procura contestavano a Paoli il mancato pagamento all’erario di circa 800mila euro derivanti dalla mancata dichiarazione dei redditi su quei 2 milioni di euro.

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