Export alimentare in calo, i mercati esteri dove il Made in Italy sta perdendo terreno

Export alimentare: calo del 9,2% a inizio 2026. Il Made in Italy soffre in Francia e USA, ma vola in altri Paesi extra UE

Pubblicato:

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Secondo i dati Istat pubblicati a marzo 2026, l’export agroalimentare in Italia ha registrato un calo a gennaio 2026, e il Made in Italy sta incontrando crescenti difficoltà in alcuni mercati chiave. Infatti, anche se le esportazioni italiane risultano sostanzialmente stazionarie su base congiunturale, nei mercati UE ed extra UE per il food & beverage c’è stata una flessione molto marcata.

I dati sull’export alimentare

A inizio anno, il commercio estero del comparto agroalimentare (che comprende prodotti alimentari, bevande e tabacco) è calato del 9,2% rispetto all’anno precedente. In particolare, fuori dall’UE c’è stata la perdita più consistente (-5,5%), proprio nelle aree dove le aziende italiane avevano investito maggiormente negli ultimi anni. Mentre nei mercati europei il calo è stato del 3,9%.

Guardando l’insieme dei dati Istat, tutte le vendite all’estero sono state minori. È vero, cioè, che a gennaio è emerso un indebolimento generale. Tuttavia la flessione del comparto alimentare (-9,2%) risulta quasi doppia rispetto alla media del commercio estero complessivo (-4,6%), identificando l’agroalimentare come uno dei segmenti più esposti alla congiuntura negativa.

I mercati dove si perde terreno

Analizzando i principali partner commerciali, emerge chiaramente dove il sistema agroalimentare italiano sta soffrendo di più. I cali più rilevanti riguardano:

Si tratta di tutti mercati fondamentali per l’export alimentare italiano. Francia e Germania rappresentano storicamente sbocchi naturali per i prodotti italiani, mentre Stati Uniti e Regno Unito sono mercati ad alto valore aggiunto, dove il Made in Italy si posiziona nella fascia premium.

I mercati in controtendenza

Il quadro che emerge dal report non è però tutto negativo. Alcuni Paesi mostrano infatti una crescita significativa delle importazioni di prodotti italiani. Questi sono:

Questo ci conferma non solo che esistono ancora spazi di espansione, ma che la geografia dell’export sta cambiando. Per esempio, la crescita verso la Cina è particolarmente interessante. Nonostante le difficoltà macroeconomiche del Paese, la domanda di prodotti alimentari di qualità continua a crescere, soprattutto nelle fasce urbane e benestanti.

Anche la Svizzera si conferma un mercato dinamico, probabilmente grazie alla sua elevata capacità di spesa e alla vicinanza geografica, che riduce i costi logistici.

Le cause del rallentamento

Il calo dell’export alimentare non può essere attribuito a un solo fattore. Piuttosto, è il risultato di una combinazione di elementi. L’economia internazionale mostra segnali di indebolimento, con consumatori più cauti e una riduzione della spesa per beni non essenziali o premium, categoria in cui rientrano molti prodotti italiani.

Altri Paesi stanno poi rafforzando la propria presenza nei mercati internazionali, spesso con prezzi più competitivi. Questo vale soprattutto per i prodotti alimentari standardizzati.

Per questi motivi, anche se i prezzi all’importazione in Italia mostrano una flessione tendenziale del 3,3% (segnale di un raffreddamento delle pressioni inflattive), i costi sostenuti dalle imprese italiane negli ultimi anni potrebbero aver ridotto i margini di manovra sui prezzi dei prodotti esportati, che rimangono alti e meno competitivi rispetto ad altre soluzioni presenti sul mercato.

Infine, dazi, barriere non tariffarie e instabilità geopolitica continuano a influenzare i flussi commerciali, a danno soprattutto delle imprese che esportano all’estero.

Un saldo commerciale ancora positivo, ma fragile

Nonostante il calo dell’export, l’Italia mantiene un saldo commerciale positivo pari a 1.089 milioni di euro a gennaio 2026, ma inferiore rispetto all’anno precedente. Il miglioramento del saldo nei prodotti non energetici (da +4.404 a +4.556 milioni) indica che il sistema produttivo resta competitivo, ma il calo delle esportazioni rappresenta un campanello d’allarme.

Per invertire la tendenza, il settore agroalimentare italiano dovrà puntare sulla diversificazione dei mercati, magari prestando più attenzione ai Paesi emergenti. C’è quindi la necessità di innovarsi per intercettare nuovi gusti e tendenze, ma anche di investire in digitalizzazione e e-commerce, per raggiungere direttamente i consumatori finali.

La sfida per il Made in Italy sarà quella di adattarsi a questo nuovo scenario, mantenendo la propria identità ma evolvendo nelle strategie. Solo così sarà possibile trasformare una fase di rallentamento in un’occasione di rilancio.

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