Agricoltura biologica, solo l’8% delle aziende in Italia la pratica

Solo l'8% delle aziende agricole italiane è bio. I dati Istat rivelano un sistema ancora legato al convenzionale (74,7%), con una crescita lenta al Nord

Pubblicato:

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

L’agricoltura biologica continua a crescere nella percezione dei consumatori e nelle strategie di sostenibilità del sistema agroalimentare europeo, ma in Italia resta ancora una nicchia rispetto al totale delle imprese agricole. Nel 2024, infatti, solo l’8% delle aziende agricole italiane pratica l’agricoltura biologica, considerando sia quelle già certificate sia quelle in fase di conversione. Dai dati pubblicati da Istat a fine febbraio 2026, e relativi all’anno 2024, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo ancora in gran parte ancorato a pratiche tradizionali e convenzionali, con innovazioni ambientali che si diffondono lentamente e in modo disomogeneo.

Il biologico cresce ma resta minoritario in Italia

Nonostante l’Italia sia tra i principali produttori di alimenti biologici in Europa e il mercato interno sia in costante crescita, la conversione delle aziende resta limitata. La diffusione del biologico è più elevata nel Centro-Sud rispetto al Nord. Il Centro Italia registra infatti il valore più alto, con il 10,6% delle aziende agricole coinvolte nella produzione biologica.

Nel Nord Italia, invece, l’agricoltura è mediamente più intensiva e orientata alla produttività, fattore che rende più complesso e costoso il passaggio a sistemi biologici, soprattutto in filiere altamente industrializzate come quelle cerealicole o zootecniche.

Il fattore dimensione: le grandi aziende guidano la transizione

I dati mostrano inoltre chiaramente che la diffusione dell’agricoltura biologica aumenta con l’aumentare della dimensione aziendale. Tra le aziende più piccole, solo il 5,4% pratica il biologico, mentre la percentuale cresce progressivamente fino ad arrivare al 26% tra le aziende più grandi.

Questo divario non è casuale. Convertire un’azienda agricola al biologico richiede investimenti, competenze tecniche e capacità di affrontare un periodo di transizione produttiva durante il quale i costi aumentano mentre le rese possono diminuire. Le aziende di maggiori dimensioni dispongono generalmente di più capitale, maggiore accesso al credito e strutture organizzative più solide, fattori che facilitano la conversione.

Inoltre, le aziende più grandi sono spesso più integrate nelle filiere agroalimentari internazionali e hanno maggiori opportunità di valorizzare economicamente i prodotti biologici, sfruttando canali commerciali dedicati e mercati esteri.

Al contrario, le aziende agricole di piccole dimensioni, che rappresentano una quota significativa del tessuto produttivo italiano, hanno spesso margini economici più ridotti e minore capacità di sostenere i costi di trasformazione del modello produttivo.

Il predominio dell’agricoltura convenzionale

Nonostante l’attenzione crescente verso pratiche agricole sostenibili, la lavorazione del terreno convenzionale resta la modalità dominante nel sistema agricolo italiano. Nel 2024, il 74,7% delle aziende agricole ha dichiarato di utilizzare una tipologia di lavorazione convenzionale del terreno. Si tratta di una quota molto elevata che rimane sostanzialmente stabile nelle diverse aree geografiche del Paese.

Il ricorso a tecniche tradizionali è ancora più diffuso tra le aziende di piccole dimensioni, dove la percentuale sale al 76%. Questo perché tendono a mantenere sistemi produttivi consolidati nel tempo, e spesso dispongono di minori risorse per investire in innovazioni agronomiche.

Le pratiche alternative di lavorazione del suolo, come quelle conservative, sono ancora relativamente poco diffuse. Solo il 14,2% delle aziende agricole applica infatti tecniche di lavorazione conservativa, che puntano a ridurre l’impatto ambientale e migliorare la fertilità del suolo. Tra le aziende che adottano queste pratiche, tuttavia, emerge un elemento positivo: il 65,2% applica la rotazione delle colture, una tecnica fondamentale per mantenere la fertilità del terreno e ridurre l’utilizzo di input chimici.

Energie rinnovabili: forte divario territoriale

Un altro indicatore importante della sostenibilità del settore agricolo riguarda l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Nel 2024, solo il 5,2% delle aziende agricole italiane ha dichiarato di utilizzare impianti per produrre energia da fonti rinnovabili, sia per autoconsumo sia per la vendita.

Anche in questo caso emergono forti differenze territoriali. Il Nord-est si conferma l’area più dinamica, con il 12,9% delle aziende dotate di impianti energetici rinnovabili. Il Nord-ovest segue con il 9,8%. La situazione cambia nel Mezzogiorno, dove la quota di aziende che utilizzano energie rinnovabili si ferma all’1,7%.

Paradossalmente, proprio nelle regioni meridionali, caratterizzate da una maggiore disponibilità di sole e quindi da un grande potenziale per il fotovoltaico agricolo, la diffusione di queste tecnologie resta molto limitata.

L’agricoltura circolare prende piede

Accanto al biologico e alle energie rinnovabili, un’altra frontiera della sostenibilità agricola è rappresentata dall’agricoltura circolare. Questo modello si basa sulla riduzione degli sprechi e sul riutilizzo delle risorse, con pratiche come il recupero dei residui agricoli, il compostaggio o l’ottimizzazione dell’uso dell’acqua e dei fertilizzanti.

Nel 2024 più della metà delle aziende agricole italiane (il 53,7%) ha dichiarato di aver introdotto pratiche legate all’agricoltura circolare. Il Nord-est registra la quota più elevata, con il 63,7% delle aziende coinvolte, mentre tra le realtà più grandi la percentuale sale fino al 75,8%.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963